“Un pandemonio” a Palazzo Reale: la Scapigliatura messa in mostra

Per contrastare l’esterofilia cui spesso tende il gusto italiano, quest’estate Palazzo Reale riserva parte dei propri spazi a un movimento storico e artistico che poco o nulla deve a influenze straniere: inaugura a Milano, venerdì 26 giugno, la mostra Scapigliatura – Un pandemonio per cambiare l’arte. Fu Cletto Arrighi, scrittore e patriota sotto pseudonimo, a battezzare così i ribelli meneghini del suo romanzo Scapigliatura e il 6 febbraio, dove gli animi scontenti vengono descritti come il “vero pandemonio del secolo”. Come dargli torto, dal momento che (tanto nella finzione letteraria quanto nella realtà) gli scapigliati furono innanzitutto i fieri oppositori di ogni ordine stabilito, a partire da quello appena instaurato nell’Italia postunitaria. Declamavano una spregiudicata indipendenza, questi letterati e creativi, dai valori della borghesia di cui non apprezzavano neppure la salute, per non parlare delle regole accademiche. Eppure, lamenta la curatrice Anne-Paule Quinsac, la scapigliatura viene considerata alla stregua di un punto di partenza per le future, e ben più dirompenti, avanguardie artistiche divisioniste e futuriste. Vale a dire, il corrispettivo nostrano del contemporaneo impressionismo non sarebbe che una tarda appendice del romanticismo europeo, addirittura “polverosa d’Ottocento”. luigi conconi_coppia che danza Vero è che un Daniele Ranzoni o un Tranquillo Cremona nulla ebbero a che spartire con i colleghi francesi: quelli, impegnati a restituire così come vedevano una realtà in cui credevano fermamente, per non dire in modo scientifico; i nostri, invece, insoddisfatti al punto da inseguire una pittura dell’anima, che non descrivesse alcunché di già dato, già finito (in tutti i sensi).

Luce e ombra, questo è quanto contraddistingue l’arte (e la biografia) degli scapigliati che, ciò nonostante, non conobbero contrasti e si affidarono al fluire delle pennellate, spesso precocemente gestuali, degli stessi atti di vita: all’irrigidimento borghese e della pittura ufficiale opposero l’affondo nell’esistenza urbana, fervente di novità, confusionaria. Prima che per un intrinseco valore estetico, la scapigliatura sale innanzitutto agli onori della storia, attestandosi tra quei movimenti in cui la contestazione (sociale e non solo) trova adeguato corrispettivo nell’espressione. Tant’è, quando Scurati permette a Gaspare Campari d’inventare il Negroni in onore degli scapigliati, per quanto si sappia che è “una storia romantica” al pari del romanzo di cui fa parte, non si può che riconoscere quanto stia bene l’invenzione all’interno di un simile contesto. (Caterina Porcellini)

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