Leonor Fini: la leggenda dell’italienne de Paris in mostra a Trieste

In una Parigi degli anni ‘30, ancora capitale culturale del Mondo, una donna ammaliò artisti, scrittori e poeti, lasciando di sé tracce permanenti nei suoi quadri e nelle memorie degli artisti suoi amici. Si chiamava Leonor Fini ed arrivava da Triste. Sanando una dimenticanza lunga un quarto di secolo proprio il capoluogo giuliano, dedica a “L’italienne de Paris” una mostra a Palazzo Revoltella dal 4 luglio al 4 ottobre. La mostra che mancava, essendo datata a 25 anni fa l’ultima retrospettiva italiana dedicata alla Fini, che allora si tenne al Palazzo dei Diamanti di Ferrara.

autoritratto con cappello rosso

autoritratto con cappello rosso

Attraverso 150 opere di Leonor Fini – molte delle quali provenienti da musei e collezioni internazionali – attraverso le sue fotografie, i disegni, le illustrazioni; la curatrice Maria Masau Dan, direttore dei Revoltella, avvicina il pubblico ad una personalità dai tratti forti e affascinanti. La chiamavano “splendida diavolessa” e bellissima lo era davvero, ma di una bellezza inquietante, come inquieta e “oscura” era la sua anima e ai confini col soprannaturale la sua arte, densa di simboli, di giochi di specchi, di doppi, di sfingi, di donne padrone e maschi senza sesso. Per Marx Ernst era “la furia italiana di Parigi”, ma la bella e dannata Leonor affascinò tutti: Man Ray, Giacometti, Magritte, Paul Eluard, George Bataille; il bel mondo faceva la fila per un suo ritratto, per anni vendette molto più di Picasso. Dopo Parigi conquistò New York, aiutata da Peggy Guggenheim, tenne una memorabile mostra al MOMA. L’attendeva un rientro trionfale. Alla “sacerdotessa nera” Gabriel Poumerand dedicò persino un film: “Leggenda crudele”. Negli anni della guerra visse a Roma, dove ebbe frequentazioni non meno significative: Moravia, Fellini, Mario Praz, Fabrizio Clerici, Elsa Morante e fece ritratti celebri come quelli di Alida Valli e della Magnani. E poi ancora Parigi, e la sua arte, il mito coltivato della sua bellezza per cui sapeva usare magiche posizioni ma anche la chirurgia estetica. Gli uomini rimanevano soggiogati dal suo fascino, tuttavia Leonor nutriva una malinconia profonda, “il corteggiamento della morte -  scrisse Jean Genet – in un teatro tragico” che lei indagò anche con la psicanalisi. Lei stessa raccontò che dodicenne, passava ore nella sala d’esposizione dell’obitorio di Trieste, affascinata dai morti “sontuosamente vestiti”. “Più tardi smisi di osservare i morti, ma continuai sempre ad ammirare la perfezione degli scheletri”.

Fini: ritratto di Italo Svevo

Fini: ritratto di Italo Svevo

Proprio a Trieste, doc’era arrivata piccolissima da Buenos Aires,  Leonor ebbe la sua formazione, visse il cosmopolitismo di una città culturalmente vivissima frequentando Joyce, Saba e Svevo, cui dedicò un intenso ritratto (nella foto). Scoperta la pittura lasciò Trieste per Milano dove fu allieva di Achille Funi , quindi nei primi anni ’30, l’arrivo a Parigi e la consacrazione.

Nel 1996 la fine, aveva 88 anni e da tempo non era più protagonista della scena. .

LEONOR FINI. L’Italienne de paris

Trieste, Museo Revoltella (Via Diaz 27), dal 4 luglio al 4 ottobre 2009

Orari: 10 – 20, giovedì 10 – 23 (martedì chiuso)

Info: tel. 040 675 4350 / 4158

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