Milano, le Americhe latine si raccontano allo Spazio Oberdan

Una mostra cerca di offrire una panoramica coerente di una realtà artistica, difatti la qualità dell’esibizione dipende da quanto sia in grado di creare un […]

Una mostra cerca di offrire una panoramica coerente di una realtà artistica, difatti la qualità dell’esibizione dipende da quanto sia in grado di creare un discorso unico. Non è questo il proposito della rassegna, promossa dalla Provincia di Milano, in corso allo Spazio Oberdan, giustamente intitolata al plurale “Las Americas Latinas. Las fatigas del querer”: come spiega il curatore, il celebre conduttore di “Passepartout” Philippe Daverio, “non esiste una America Latina, ve ne sono tante, diverse, così dissimili nella loro evoluzione da fare del continente intero il primo esperimento d’un curioso barocco postmoderno”. Se gli statunitensi provvedono da soli a fornirci la rappresentazione che danno di sè sfruttando il mercato globalizzato, i “latinos” invece popolano il nostro immaginario più della realtà, sono per noi gente dai ritmi e dalle passioni antiche che ancora non riusciamo a comprendere. Innanzitutto, dimentichiamo che nella terra a sud del Rio Grande vivono i nostri antenati colonizzatori come quelli degli africani, popoli che si sono scontrati e integrati con le civiltà indigene. Tra lontananze e avvicinamenti, i reciproci rapporti costituiscono tutt’ora terreno fertile per la creazione di realtà inedite.

Proprio la storia del continente viene infatti richiamata dalle opere in mostra, appartenenti all’ultima generazione: l’arte sudamericana ha un’irresistibile vocazione politica, vuole rendere testimonianza del passato e alimentare un perenne dibattito, se non la ribellione. La produzione contemporanea, pur nelle tendenze contrastanti alla razionalizzazione e all’istintività, si raccoglie attorno ad alcuni temi forti, quali l’indagine sulla natura, l’attenzione alla mutazione dei popoli, il rapporto con la vita e con la morte, non disdegnando un’esistenza scritta col sangue. Ecco allora la truculente crudezza di Tania Bruguera e le visioni sanguinose della brasiliana Adriana Varejão, ma anche le installazioni di Ernesto Neto che vogliono concepire una natura “altra”, primordiale in modo inquietante. Data la vastità, geografica e culturale, dell’America Latina, è certo che non si possa semplificare. Non a caso, il collaterale programma di incontri letterari presso lo Spazio Oberdan (in collaborazione con l’Istituto Cervantes) vuole superare l’immagine frusta della produzione d’oltreoceano: vale a dire, il Nuovo Mondo non è solo Borges e “Cent’anni di solitudine”. Infine, la similare rassegna cinematografica, organizzata in collaborazione con la Fondazione Cineteca Italiana, iniziata il 5 giugno, per proseguire fino al 13 settembre. (Caterina Porcellini)

Orari: tutti i giorni 10-19.30, martedì e giovedì fino alle 22, chiuso il lunedì

Ingresso libero il primo martedì di ogni mese

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