Enrico Vaime: le armi della leggerezza contro il qualunquismo

Enrico Vaime, classe 1936, è uno che si alza presto. Il motivo delle levatacce quotidiane va in onda alle 7.30 su La7 e si chiama “Trafficando”, la striscia che conduce da sette anni col pretesto di ragguagliare gli italiani sulle condizioni della viabilità. In realtà la cosa non capita quasi mai, o meglio, solo lo 0,5 per cento della trasmissione è mediamente dedicato al traffico. Ovvero l’argomento occupa 30 secondi contro i 9 minuti e 30 secondi che Vaime si riserva per commentare, dal suo punto di vista, quel che accade nel mondo.

E si tratta del punto di vista di un gentile signore della provincia italiana (è di Perugia) dallo stile sempre sobrio. Un uomo che non tace, semmai smorza i toni. Un gentile signore senza cravatta che ha scritto almeno 200 programmi televisivi passando attraverso i palinsesti in compagnia di nomi d’assoluto valore e di trasmissioni che hanno fatto la storia della tv italiana e del costume. Da Canzonissima a Tante scuse, tanto per citarne due e non dilungarsi. E in tutto questo, Vaime ha trovato il tempo di scrivere decine di commedie, musicali e non (con Terzoli, ma anche con Garinei e Giovannini), una non precisata quantità di fiction, film e programmi radiofonici. Ha scritto anche 16 libri, quasi 17 volendo contare la “creatura” ancora senza titolo che uscirà in autunno. E’ tuttavia un’uscita recentissima “La democrazia secondo me” (Aliberti edizioni), volume scritto in collaborazione con Patrizia Console (produttore esecutivo de La7) e che raccoglie sei anni dei commenti mattutini di “Trafficando”.

DT – La democrazia secondo Enrico Vaime?

EV – La democrazia secondo me? E’ l’esercizio della libertà di opinione, è poter parlare per 10 minuti col prossimo senza sopraffare nessuno ma esprimendo idee. E questa è la forma più elementare di democrazia.

DT- La pratica democratica è insomma ciò che attua ogni mattina. Commenta quel che accade nel mondo anche in maniera decisa ma senza offendere nessuno e aggiungendovi sempre il carico di una positiva leggerezza. Alla fine anche chi non dovesse essere d’accordo neppure può arrabbiarsi. Non trova in questo qualcosa di dissonante rispetto alla contemporaneità televisiva?

EV – In effetti s’è persa l’abitudine alla leggerezza; in televisione i toni devono essere o alti o bruschi. Non si capisce che alleggerire non è corrompere il contenuto, non significa perdere posizioni, semmai può voler dire aprire una strada alla comprensione.

DT – Allora il ragionamento pacato può risultare scomodo

EV – Dalle discussioni ad alta voce al qualunquismo il passo è breve. Peraltro il luogo comune nasce proprio dalla paura di sostenere le proprie tesi, dal timore di dissentire, che è proprio di certi personaggi pubblici, perché sa, la popolarità inquina… Conosco gente che ha cambiato le proprie idee pur di mantenerla.

DT – Non facciamo nomi, ma lei un allievo e pure di successo ce l’ha sicuramente: Fabio Fazio, il garbato Fazio, tanto per riprendere un termine da lui aborrito. Ricordo un’intervista a “Che tempo che fa” durante la quale si percepiva chiaramente questo rapporto di stima

EV – Fabio ha cominciato con me, è normale che esista un legame che unisce. E poi per alcuni versi siamo simili, lui con i difetti della sua generazione, io con quelli della mia.

DT - E quali sarebbero questi difetti generazionali? Della sua generazione, ovviamente

EV – Ci accompagna da sempre un sottile dispiacere, quello di non aver fatto nulla. Siamo la generazione che non ha fatto la Guerra e non ha fatto la Resistenza perché è arrivata tardi ed è arrivata troppo presto per fare il ’68. In definitiva abbiamo preso quanto fatto da altri, siamo quelli delle occasioni mancate

DT – Però avete fatto la televisione, e lei in maniera particolare. Ci parla del varietà? C’è qualche speranza di ritrovarne ancora lo spirito, magari con linguaggi contemporanei. Insomma, potrà accadere di ritrovare in tv spettacoli scritti da bravi autori e interpretati da attori che siano tali?

EV – Sono cambiate molte cose, oggi manca il materiale umano per poter fare il varietà, non ci sono interpreti. Una volta c’erano attori coi quali era molto facile lavorare.

DT- Qualche nome?

EV- I primi che mi vengono in mente sono Walter Chiari e Gino Bramieri, erano persone disponibili e soprattutto, erano bravi attori. Oggi, dopo Fiorello c’è il vuoto…

DT- E lo spirito lieve che animava le serate del sabato, c’è qualche possibilità per quello o dobbiamo continuare a perderci dietro alle storie strappalacrime e agli psicodrammi di certe trasmissioni?

EV- Diciamo pure che il varietà non è più di moda e che si preferisce un altro modo per passare il tempo. E la lacrima, si sa, è particolarmente gradita ai popoli latini

DT- Insomma, saremmo condannati a piangere da predisposizioni ataviche

EV- Massì, siamo mediterranei, abbiamo la lacrima sempre pronta

DT - Non fino alle lacrime, ma ha fatto commuovere anche gli algidi inglesi, parlo di Susan Boyle

EV – Una storia che ha il sapore della favola e menomale…

DT- La Boyle potrebbe però essere stata aiutata da una buona costruzione mediatica, questo non intacca la genuinità della fiaba?

EV- Relativamente, Susan Boyle ha una voce strepitosa ed è convincente. Insomma non bisogna essere persone ben disposte per dire che tutto quel successo è meritato. E se anche tutto fosse costruito a tavolino, dove sarebbe l’inganno? La voce è quella che è ed anche lei…

DT – Anche lei… è bruttina

EV – Susan insegna che non bisogna essere belle per avere delle possibilità e non è poco, e non è per niente banale. Ci sono tante brutte così, anche in Italia.

DT – Tante?

EV- Io ne conosco almeno dieci

DT- I nomi questa volta non glieli chiediamo.

Anche un’altra cosa non abbiamo chiesto ad Enrico Vaime, ma la risposta sembrava scontata. Una volta l’autore ha affermato che sul televisore un tempo si adagiava una fonte luminosa per non danneggiare la vista, inconsapevoli del fatto che i danni prodotti dalla tv sarebbero stati ben altri.  (Antonella Durazzo)

© Riproduzione riservata

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