“Un uomo solo che guarda il muro è un uomo solo. Ma due uomini che guardano il muro è il principio di un’evasione”. È una delle frasi più celebri pronunciate su Rai Radio Due da Jack Folla, il dj rinchiuso nel braccio della morte di Alcatraz, nato dalla fervida fantasia di Diego Cugia, 56 anni. “Alcatraz”: è questo il titolo esatto del radiofilm datato 1999, un “fenomeno” diventato poi anche una serie televisiva. Una delle tante caratteristiche di Diego Cugia è proprio la sua capacità di scrivere per i più svariati mezzi di comunicazione: dalla radio alla Tv, da internet a Facebook, anche se il polivalente autore sardo ha accompagnato tutta la sua carriera con la scrittura di romanzi. Mondadori ha appena pubblicato “24 Nero”, il suo undicesimo libro. Anche questo è uno scritto di vibrante denuncia.
D – Qual è il processo con cui fa nascere i suoi personaggi?
R – Di solito si affastellano nella mia mente più persone e fantasie, che si moltiplicano e diventano una persona sola.
D – E’ disciplinato nel suo lavoro di scrittore?
R – No, Moravia scriveva cinque cartelle al giorno, tutti i giorni. Io, in realtà non sono così. Ad un certo punto m’impongo di scrivere. Per questo romanzo, ho cominciato a scrivere quotidianamente sul mio sito e anche su Facebook, dove ho redatto ben 800 pagine, e poi ho riversato il frutto delle mie riflessioni nel libro. Devo essere quasi disperato prima di mettermi a scrivere e la scrittura mi permette di liberarmi dalla disperazione. Anche Jack Folla è nato in questo modo.
D – Del mitico Jack Folla, ha dichiarato: “È un personaggio che a volte esagera, che ha questa smania all’azzardo, a gettarsi nella mischia”. Quanto di Jack è trasmigrato in Luca, l’accanito giocatore d’azzardo, protagonista di “24 Nero”?
R – In realtà nulla. Sono due personaggi completamente diversi. Luca è un ragazzo tormentato da questo padre che era una sorta di Montanelli, che aveva fatto alcune interviste in Sud America e in Bolivia, si presume una anche a Che Guevara, e con queste ha venduto migliaia e migliaia di copie di un libro. Il padre ora è morto e Luca insegna lettere a scuola. Sogna anche lui di essere un romanziere, ma scrive continui incipit e alla terza riga o quarta si ferma sempre – in questo se vogliamo assomiglia a me. E quando c’è il blocco, clicca sui diabolici siti di casinò on line e si perde nei meandri del gioco. Una delle sue studentesse Eva, di spregiudicata bellezza, lo colpirà così profondamente da avviare in lui una metamorfosi. In questo senso, “24 Nero”, è anche un romanzo di formazione.
D – Si è ispirato a “Il giocatore” di Fedor Dostoevskij?
R – Il giocatore è il più bel libro in assoluto scritto sul gioco, mentre non esisteva, che io sappia, un libro sui giocatori di slot machine. Credo che chi gioca alle slot, cioè milioni di persone in Italia, per la prima volta, avrà un romanzo di riferimento su quello che succede nel suo inconscio mentre gioca.
D – E lei è un giocatore?
R – Sì, ma questo non è un romanzo moraleggiante sul gioco. Io so di milioni di persone, che si stanno rovinando per questi nuovi casinò on line. Io vado a giocare, ma nei casinò reali e per farlo si deve prendere la macchina, ci si porta dietro una certa somma e il bello sta anche nel far durare il gioco il più a lungo possibile, se no te ne devi tornare a casa. Con questi casinò virtuali, te ne stai tranquillamente a casa e ci puoi andare quando vuoi. Questi giocatori rischiano moltissimo e lo Stato non sta facendo quasi nulla per tutelarli.
D - È possibile che “24 Nero” diventi un film?
R – Certo. In questo momento, ad esempio, sto scrivendo la sceneggiatura del “Mercante di Fiori” per la televisione, un mio precedente romanzo di denuncia sulla tratta delle donne bianche da parte della criminalità organizzata. Dovrebbe uscire per Mediaset fra un anno. Sarà un film in quattro puntate.
D – Lei è autore di programmi televisivi di successo come “Francamente me ne infischio” e “Rockpolitik”, entrambi con Adriano Celentano. In che misura ha partecipato alla scrittura dei testi?
R – In “Francamente me ne infischio” ho partecipato di più. Lo stesso titolo è mio, così come la scelta di alcuni ospiti e i filmati shock. In “Rockpolitik”, ho inventato il tormentone Rock e Lento, ma i monologhi Celentano se li scrive da solo, anche perché sono d’accordo con meno del 50 per cento di quello che dice.
D – Quali sono le differenze fra la scrittura radiofonica e televisiva e in quale si sente più a suo agio?
R – Preferisco la scrittura radiofonica, perché deve evocare le immagini e io sono uno che pensa per immagini. La scrittura televisiva non esiste quasi più, se parliamo di varietà. Esistono poche cartelle, poche indicazioni. Io credo moltissimo al copione televisivo e la sua mancanza si percepisce proprio nei varietà, dove c’è stata una sorta di perdita della parola e di smarrimento dell’italiano. Mi fa grande tristezza tutto ciò.
D – Ora in radio non sta lavorando più, vero?
R – In questo momento c’è una sorta di piccolo ostracismo nei riguardi di Jack Folla.
D - Jack Folla non riuscirà più a tornare in radio?
R – Quello che è quasi certo, è un Jack Folla in teatro, che girerà l’Italia, proprio perché sia la radio che la televisione mi hanno chiuso le porte.
D – Se facciamo un salto temporale, siamo nel 2030, Jack Folla potrà ancora esistere?
R – Se continuiamo così no.
D – Che cosa pensa della libertà d’opinione in Italia?
R – Che è sotto schiaffo.
D – È per questo che ha fondato il movimento de “Gli Invisibili”?
R – Sì.
D - E di cosa si tratta?
R - Di questo non parlo. Bisogna andare sul sito, perché se ne parlo divento visibile! (a cura di Valeria Tarallo)
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