Ridare una chance ai bambini soldato; con la pittura si può.
Ne è certo Ross Bleckner, pittore di fama internazionale diventato , fatto insolito, l’ultimo ambasciatore di “buona volontà” delle Nazioni Unite. Una tradizione, quella dell’Onu di affidarsi a personaggi celebri che è partita nel 1954 conoscendo però prevalentemente attori. Nomi della notorietà di Danny Kaye,Audrey Hepburn, Mia Farrow, Susan Sarandon e, ultimamente , Angelina Jolie e George Clooney.
Come riporta il New York Times di martedì 28 aprile, Monasebian Simone, capo dell‘Ufficio delle Nazioni Unite per la lotta a droga e il crimine, ha annunciato – in controtendenza – che il prossimo personaggio ad essere nominato ambasciatore è un uomo ben noto in alcuni ambienti, ma ignoto ai paparazzi: Ross Bleckner, il pittore.
All’inizio di quest’anno – riporta il quotidiano newyorchese – Bleckner, che è da lungo tempo impegnato in cause legate alla lotta all’AIDS, è andato in missione ufficiale per il distretto di Gulu, in Uganda settentrionale. Un territorio che è stato per molti anni terrorizzato dai ribelli della formazione nota come Lord’s Resistance Army, che hanno rapito e reclutato migliaia di bambini, costringendo i ragazzi a diventare assassini e le ragazze schiave del sesso. Vittime di un traffico di esseri umani che l’ONU quantifica a livello globale in 32 miliardi di dollari l’anno, al terzo posto dopo droga e armi.
Acquistati pennelli, vernici e carta, Bleckner per una settimana o poco più ha lavorato con 25 ragazzi ex soldato di una missione cattolica; ha insegnato loro i rudimenti della tecnica poi li ha lasciati liberi di esprimersi. Ne sono usciti 200 lavori di grande forza espressiva dove emergono tutti i ricordi delle terribili esperienze vissute . Quadri che il mese prossimo saranno venduti per finanziare progetti delle Nazioni Unite; intanto alcune di queste opere si possono ammirare in una scintillante vetrina newyorchese, quella della griffe Moschino, che collabora al progetto Gulu.
“Ciò che questa missione ha compiuto è quel che io chiamo microcreatività – virgoletta il NYT – Si tratta di una interazione personale attraverso la quale si danno gli strumenti per creare qualcosa del quale i destinatari siano fieri e che possa aiutare il loro faticoso cammino per il ripristino della dignità e dell’auto-stima“. (Antonella Durazzo)
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