La Palma di Cannes ingoia il Leone di Venezia e l’Orso di Berlino

Il Festival di Cannes destinato a fagocitare la concorrenza? Sembra proprio di si. Si chiedeva retoricamente, qualche giorno fa sul Times la critica Wendy Ide [...]

Il Festival di Cannes destinato a fagocitare la concorrenza? Sembra proprio di si. Si chiedeva retoricamente, qualche giorno fa sul Times la critica Wendy Ide se Cannes fosse l’unico festival (di sinistra) davvero importante e se i suoi principali concorrenti, ovvero Berlino e Venezia non fossero destinati a mangiare polvere. Questo grazie ad un programma che nella sezione principale della 62ma edizione del festival chiama in corsa per la Palma d’Oro una formazione di registi quantomeno altisonante. Rivediamola: Pedro Almodovar, Andrea Arnold, Jacques Audiard, Jane Campion, Isabel Coixet, Xavier Giannoli, Michael Haneke, Ang Lee, Ken Loach, Lou Ye, Brillante Mendoza, Gaspar Noe, Park Chan-Wook, Alain Resnais, Elia Suleiman, Quentin Tarantino, Johnnie To, Tsai Ming-liang, Lars Von Trier. E Marco Bellocchio

E così, mentre il Festival di Berlino è costretto a fare i conti con un’ultima edizione liquidata da gran parte della critica come deludente, e mentre su Venezia si adombra la minaccia sempre più possente di Toronto – festival concorrente in quanto ad anteprime stagionali – Cannes può tranquillamente accaparrarsi tutti i migliori film pronti per il mese di maggio.

Anche quelli americani, che però, in virtù del famoso sciopero degli sceneggiatori di Hollywood quest’anno saranno in numero minore (almeno quelli di qualità).  Che se ne avvantaggi Venezia? Il festival lagunare, per fare un esempio, potrebbe infatti contare tra nomi di punta i fratelli Coen, impossibilitati a partecipare a Cannes perché ancora alle prese con la lavorazione del loro “A serious man”. C’è da dire però, che questa “carenza” americana potrebbe segnare un dislivello qualitativo ancora più evidente tra la kermesse della Costa Azzurra e la concorrenza.

La promozione dei nuovi talenti? Un fatto assolutamente marginale, sul quale nessuno dei Festival di maggiore risonanza è disposto ad investire più di tanto, al di là di filoni secondari , delle sezioni collaterali più o meno importanti, dei concorsi a latere ecc.

Per fare un Festival globale ci vogliono i nomi, nulla più.

D’altra parte è lo stesso Festival francese – che qualche cantonata pure l’ha presa – a dircelo. Tra gli esempi più eclatanti di scelte incomprensibili quello datato 2003. Il film in questione era “The Brown Bunny” dell’attore Vincent Gallo alla seconda prova di regista  dopo il successo targato 1998 di Buffalo ’66. Il film venne stroncato praticamente all’unanimità e definito da molti critici come il peggiore che sia mai passato a Cannes.

Inutile aggiungere che dopo la stroncatura, il film è scomparso.

Quindi perché registi e produttori rischierebbero la carriere gli uni, i loro soldi gli altri per non mancare all’appuntamento? La risposta della Ide è che “il successo a Cannes significa molto di più che in un festival rivale. Creare un brusio a Cannes obbliga  l’intera industria a prenderne atto, perché l’intero settore è lì. Un brusio di Venezia arriva solo ai pochi che possono permettersi di 10 euro per un caffè, mentre qualsiasi brusio a Berlino rischia di finire congelato”.

Insomma, la magia di Cannes si moltiplica al  box-office. Ed il pubblico, in tutto il mondo,  è certo più propenso ad acquistare il biglietto per una Palma che per un Orso o un Leone d’Oro. (A.D)

© Riproduzione riservata

Tag