Sporca guerra e mele marce: arriva in Italia “Taxi to the dark side”

John Grierson definiva il documentario “un’interpretazione creativa della realtà”. Il caposcuola del movimento documentaristico britannico degli anni trenta, ci ricorda che, anche in ogni documentario chi guarda la realtà è sempre il regista, desideroso di veicolare un proprio messaggio attraverso le immagini. Il documentario non è quindi una piatta trascrizione di fatti, ma una concatenazione creativa di frammenti di realtà. Sta di fatto che per alcuni di essi le immagini sembrano dotate di voce propria. È il caso di Taxi to the dark side di Alex Gibney, premio Oscar come miglior documentario nel 2008, che arriverà nelle sale italiane il 22 maggio distribuito dalla Ripley’s film. Alex Gibney cerca di mettere in luce la politica attuata dall’amministrazione di George W. Bush dopo l’11 settembre 2001. Negli ultimi anni, 104 prigionieri sotto la custodia americana sono morti in circostanze sospette. Uno di questi è Dilawar, un tassista afgano, ucciso nella base militare americana di Bagram in seguito alle percosse subite durante gli interrogatori. L’ultima corsa di Dilawar, il viaggio verso il “lato oscuro”, risale al primo dicembre 2002: il giovane tassista carica tre passeggeri e non fa più ritorno a casa. Da qui, prende le mosse il documentario di Gibney, che ha dichiarato di essere stato “letteralmente catturato da un articolo di Tim Golden sul New York Times, che ricostruiva l’incredibile vicenda del tassista Dilawar”. Gibney, attraverso ricostruzioni giornalistiche e interviste ai pochi militari semplici, puniti, cerca di capire se, come sosteneva Washington, quei soldati-torturatori fossero “poche mele marce” o se gli ordini venissero dall’alto ignorando la Convenzione di Ginevra. Verrà fuori chiaramente che i comandi venivano dall’alto. Vi ricordate, ad esempio, Janis Karpinski, il generale che nelle foto di Abu Ghraib faceva il gesto della pistola sui genitali di una pila di prigionieri nudi? Dal documentario si apprende che l’hanno rimandata in America. Ad insegnare come si interrogano i prigionieri. Il documentario di Gibney si spinge, inoltre, a raccontare i numerosi e gravi episodi di violazione dei diritti umani, precedenti al Patrioct Act di Bush, ripercorrendo i metodi d’interrogatorio della Cia a partire dagli anni Cinquanta. “Taxi non è un film sulla guerra in Iraq sebbene vi si possano trovare molti riferimenti – spiega ancora Gibney – piuttosto è imperniato sulla “guerra globale al terrorismo” dichiarata da Bush. Ma ancora più a fondo è su quanto questa decisione politica abbia determinato un cambiamento sostanziale del carattere degli americani. Spero sia recepito come il racconto istruttivo su come alcune società vengano corrotte dalla paura e dalla rabbia”. (Valeria Tarallo)

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