A Napoli, dove i tempi della giornata hanno scansioni più spagnole che nazionali – pranzo alle 14, cena alle 21.30 per intenderci – c’è un negozio che ogni giorno apre al pubblico alle 6.30. Un orario da bar, al massimo da farmacia verrebbe da pensare ma non si tratta né dell’uno né dell’altro.
E’ che con l’incalzare dei ritmi contemporanei, col traffico che intasa le strade, le corse e gli impegni serrati; per godere appieno del piacere delle conversazione, per chiacchierare col negoziante e gli altri clienti, scambiare pareri e chiedere preziosi consigli bisogna necessariamente approfittare delle prime ore del mattino. Questione di abitudine, o meglio di tradizione. Perché da Marinella in piazza Vittoria la tradizione è cosa seria, insomma, la ripetizione di gesti antichi qui non è affatto un vuoto contenitore di modi di fare.
Ed è esattamente dal 1914, data in cui il capostipite, don Eugenio, aprì di fronte alla Villa Comunale il suo negozio di cravatte realizzate con tessuti inglesi, che quei pochi metri quadrati di spazio, prima di essere il negozio d’eccellenza che tutti conoscono sono punto d’incontro e di scambi umani, luogo privilegiato dalla nobiltà – un tempo – dalla Napoli più elegante oggi. Cosa che dalle colonne de Il Mattino, indusse la pungente Matilde Serao di “Vespe, api e mosconi” a dire che Marinella sembrava piuttosto una “farmacia di paese”. E la giornalista non sbagliava, d’altronde da dietro quelle porte a vetri avvenivano oltre ai placidi incontri tra notabili, frequenti giochi di sguardi e di seduzione tra i gentiluomini che si trattenevano da don Eugenio e le dame che passeggiavano nei giardini appena di fronte.
L’ onesto appellativo affibbiato dalla Serao, in casa Marinella non è mai dispiaciuto, anzi, Maurizio, 53 anni, erede della tradizione tramandata dal nonno e dal padre Gino, pur di mantenere viva quell’atmosfera di farmacia paesana, ogni giorno apre bottega col chiarore dell’alba. “Dopo le 8.30 la conversazione diventa impossibile – dice – si comincia a correre, la gente comincia ad avere fretta”, ed allora, con l’avanzare del giorno, anche acquistare una cravatta diventa un’operazione qualunque.
Ma le cravatte Marinella non sono proprio oggetti qualunque. Sintetizzando, quelle fasce di raffinata seta hanno conosciuto il collo di tutti i presidenti della Repubblica, da Enrico De Nicola a Giorgio Napolitano; e da John Kennedy in poi, le hanno indossate anche quelli statunitensi; hanno accarezzato i colletti delle camicie di leader europei (Sarkozy incluso), regnanti (come Juan Carlos di Spagna), e poi capitani d’industria, artisti, e ovviamente tutti i capi di governo italiani, da Berlusconi a D’Alema, per trasversalità.
DT: Prima di addentrarci nella conversazione, ci dice il nome dei suoi ultimi clienti?
MM: Obama e signora
DT: Anche loro?
MM: Anche loro. Al Presidente Obama abbiamo fornito tre cravatte: una bluette, una bordeaux, una blu scuro, questa con una piccola bandiera americana ricamata a mano ad altezza nodo.
DT: E per Michelle?
MM: Un foulard nei toni del lilla, molto elegante.
DT: Eleganza. Lei introduce un argomento interessante. C’è spazio nel quotidiano per l’eleganza? E cos’è elegante?
MM: Diceva mio nonno che l’eleganza è la somma di piccoli particolari.
DT: Traducendo all’oggi?
MM: Elegante è chi riesce ad essere adeguato alla circostanza: ecco perché un tempo ci si cambiava d’abito più volte al giorno.
DT: Operazione che sembrerebbe impossibile in questa epoca
MM: E’ il motivo per cui finiamo sempre col vestire di blu o di grigio; così ci sentiamo in ordine se siamo al lavoro e pronti per le circostanze impreviste, come un incontro, una cena di lavoro
DT: Questo vuol dire che gli uomini in grigio di oggi sono eleganti, sempre
MM: Non è proprio così
DT: Nel senso?
MM: Intendo dire che l’eleganza non è culto, ma è cultura. E’ preparazione ed una volta i gentiluomini erano ferrati sull’argomento, sapevano sempre come presentarsi, non avrebbero mai indossato una cravatta azzurra per la sera o una camicia a quadri per un matrimonio. Oggi invece se ne vedono di tutti i colori…
DT: Sono i colori della moda
MM: Non critico l’operato dei giovani stilisti, mi rendo conto che hanno la necessità impellente di portare sul mercato delle novità, e li capisco.
DT: Però?
MM: Però, in virtù di quella scarsa preparazione molte persone non effettuano una scelta ragionata, diciamo che si sentono rassicurati dalla griffe e acquistano di tutto.
DT: Questo vuol dire che si indossa con tranquillità anche uno scafandro se firmato da quel certo stilista di grido.
MM: Funziona più o meno così.
DT: Insomma, la firma e il marchio non fanno la persona elegante
MM: Neppure il costo degli abiti, se è per questo. Davanti al negozio ho una fermata del bus; passa moltissima gente dalle scarse possibilità e pure, non mancano persone che indossando cose da pochi soldi dimostrano di avere stile.
DT: Una curiosità profana: ci spiega con esattezza la cravatta sette pieghe?
MM: Una cravatta modaiola, ma che in realtà nasce negli anni ‘40. E’ realizzata con il solo tessuto, senza fodere e la consistenza è data, appunto, dalle pieghe delle stoffa. E’ una cravatta bellissima e preziosa, che una volta aveva il solo difetto, essendo realizzata con un unico taglio, di essere un po’ corta. Oggi con l’altezza media aumentata, si è ovviato anche a questo. Personalmente, però, continuo a preferire la cravatta normale. Una bella cravatta con la sua buona fodera va benissimo, sempre.
DT: E il papillon?
MM: Sono sempre in meno a portarlo e ancora meno quelli che sanno annodarlo a mano. Eppure è proprio l’imperfezione del nodo manuale che rende il papillon un oggetto pieno di carattere.
DT: Magari, alzandosi all’alba molti riuscirebbero ad annodarsi anche il farfallino, ma dimenticavo che lei è abituato a certi orari
MM: Negli anni passati presentare ad un cliente un papillon già annodato era considerato un gesto offensivo, irriguardoso…
E l’arcano finalmente si rivela appieno: la differenza tra l’eleganza del passato e l’eccessiva casualità contemporanea sta proprio nella distanza siderale che passa tra un papillon annodato a mano ed un farfallino preconfezionato. (Antonella Durazzo)
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