“Vuole parlare con mio marito?”**
Magari un’altra volta, adesso vorremmo che a parlarci di Teatro fosse lei, vorremmo che fosse uno sguardo femminile a portarci, per qualche istante, dietro le quinte del palcoscenico.
Laddove tutto accade.
Marianella Laszlo: una vita da attrice. Una delle signore del Teatro italiano. Da 40 anni ed oltre, la sua vita s’è intrecciata con quella di Gianrico Tedeschi, un’icona del palcoscenico. Ed è da un giorno del 1968, quando il colpo di fulmine travolse entrambi durante un lavoro teatrale, che Marianella Laszlo e Gianrico Tedeschi camminano assieme: nella vita e nella professione. Hanno una figlia, Sveva, anche lei attrice, “perché il teatro è un virus ed era normale che lei, figlia di attori, ne rimanesse contagiata”.
Oggi la coppia Tedeschi – Lszlo è in tournée con “Le ultime lune”, testo scritto da Furio Bordon nel 1992, e portato al successo nel 1995 da Marcello Mastroianni in un’ultima interpretazione che qualcuno definì leggendaria. Un carico ulteriore per Gianrico Tedeschi, che pure è stato accolto nel ruolo che fu di Marcello con vere e proprie ovazioni.
E stasera si replica, per un altro pubblico ed un nuovo esame. Troviamo Marianella Laszlo all’uscita di un ristorante, alle porte di Firenze, sta raggiungendo Cesenatico: è al Teatro Comunale della cittadina romagnola che gli attori passeranno nelle prossime ore un altro test.
DT: Cominciamo dall’inizio, dai suoi inizi
ML: “Dal momento in cui ho preso il virus? A quattordici anni. Vivevo a Firenze e frequentavo la terza media, un insegnante ginnasiale girava per scuole cercando una ragazza coi capelli lunghi fino al sedere che ricoprisse il ruolo di Ermengarda, nell’Adelchi. Scelse me. Poi durante una rappresentazione mi notò Cesarina Cecconi, un’attrice ottocentesca di un certo successo. Fu il mio ingresso nel teatro dialettale. A quel punto ero già bella che contagiata.”
DT: Nei suoi trascorsi c’è anche [la TV][1]
ML: “Cominciai come conduttrice, ero una voce di programmi culturali, poi mi giudicarono più adatta per la rivista, per sostenere ruoli brillanti. Agli studi Rai di Torino ho girato diverse trasmissioni, con Mino Reitano, con Gianni Agus, poi sono sparita”.
DT: E’ stata una scelta?
ML: “Ero tornata al teatro, rimanevo impegnata per sei mesi in tournèe ed inevitabilmente sono finita per trovarmi fuori dal giro di cinema e televisione”.
DT:Intanto le televisione è cambiata
ML: “E’ uno zoo dove per entrare basta essere bellocci, poi si finisce per diventare animali di allevamento. Anche a discapito del pubblico che, come dire, perde la bocca. Il gusto decade, quel che resta è morbosa curiosità ma nessuna forma critica”
DT: In tutto questo c’è chi continua a fare teatro. E’ una forma di ostinazione?
ML:“Noi attori di teatro siamo come l’ultima famiglia di foche monache, andremmo protetti, anche dallo Stato, e invece…”
DT: Invece?
ML: “Lavorare con la cultura in questo Paese è sempre più difficile. Penso a nazioni, come la Grecia, ritenute a torto culturalmente meno evolute. Eppure lì il teatro s’insegna obbligatoriamente durante le scuole medie e si formano compagnie di giovani sovvenzionate dallo Stato. E sono queste le realtà che producono drammaturghi, attori, registi, altra via non c’è”.
DT: Una domanda personale: come si vive in una famiglia di tutti artisti? ML: “Con disordine, ma anche con grande allegria”
DT: Gli attori non corrono il rischio di portarsi a casa “il ruolo” interpretato?
ML: “Casomai è il contrario, è la nostra vita, il nostro vissuto che finisce per trasfondersi nel personaggio. Ha presente i grandi nomi di un tempo? Capitava spesso che non si andasse a vedere l’opera teatrale, ma l’interpretazione: l’Enrico IV di Salvo Randone, ad esempio, da mettere a confronto con un altro nome”.
DT: Insomma nulla dell’eccezionalità del teatro finisce in casa. E’ possibile?
ML: “Questo può capitare ai divi ed è anche pericoloso. Loro possono facilmente confondere ruolo e realtà, ma agli attori no, non capita. Sa, gli attori e i divi non sono la stessa cosa”.
DT: Progetti imminenti?
ML: “Terminata la tournèe tornerò sul lago d’Orta, dove da bravi campagnoli io e mio marito abbiamo deciso di vivere, lasciando la città. Farò un po’ la casalinga e un po’ continuerò a studiare il tango. E’ uno studio che ho cominciato una anno fa ed ho scoperto che, se preso seriamente, il tango diventa una sorta di cammino iniziatico”
DT: E il teatro?
ML: “E’ in pentola un Plauto in musica, per il prossimo anno. Ne riparleremo”.
(Antonella Durazzo)
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