Sono molte le ossessioni di un artista, che spesso fanno deviare il corso della sua opera, focalizzandola su un dettaglio, una sfocatura, un colore o su una semplice condizione della luce del sole.
Si pensi all’opera di Pollock, devastata dalla ricerca dei perfetti accostamenti di colore, o a quella di Alfred Sisley, concentrata solo sui paesaggi. Come questi, anche Claude Monet aveva una sua personale ossessione: “Amo dipingere l’acqua, la natura, tutto ciò che mi permette di catturare i riflessi della luce nelle sue varie forme. Mi piacciono molto i laghi, i fiumi e il mare”.
Ed è per questo amore incondizionato, che Monet, nel 1893, fa deviare dal suo corso un braccio della Senna per costruire un giardino acquatico nella sua proprietà di Giverny. Sarà in questo piccolo angolo di mondo naturale, ricreato ispirandosi ai giardini giapponesi, che l’artista parigino produrrà tra il 1900 e il 1923 i venti capolavori esposti per la rima volta a Milano (Palazzo Reale) dal prossimo 30 aprile, nella mostra “Claude Monet – Il tempo delle ninfee”. È la prima volta che una tale quantità e qualità di opere escono dal Museo Marmottan di Parigi, la maggiore collezione al mondo di opere dell’artista. Questi quadri ripercorrono un filone diverso della sua ricerca, poco conosciuto al pubblico, ma per il quale Monet non ha esitato ad investire del tempo per alimentare il suo violento desiderio di catturare il cielo nella profondità dell’acqua, di far salire dal limo creatore il biancore delle ninfee. Il risultato è un serie di opere in cui la vita si confonde inesorabilmente con la pittura, pur rimanendone separata, una vita che sprofonderà di lì a poco nella cecità e una pittura che sconvolgerà lo spazio moderno, disorientando lo spettatore, risucchiandolo nello spazio totalizzante delle Grandi Decorazioni.
E se l’ossessione di Monet può essere sintetizzata nella “raffigurazione del visuale”, il paradosso della sua fine nella non visualità, o meglio, nella sua quasi totale cecità, fa delle Ninfee e delle ultime grandi decorazioni, le opere più marcatamente segnate dalla sua particolare sensibilità, frutto di una esperienza unica e incomparabile. Opere impossibili, che trovano, forse, un loro corrispondente cinematografico in Al di là della nuvole, il film che Michelangelo Antonioni, il poeta dell’incomunicabilità, realizzò quando aveva già perso l’uso della parola. (Valeria Tarallo)
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