“La scomparsa dei giornali avrà molte conseguenze. Per quelli che sono abituati a trovare il New York Times sulla porta di casa la domenica mattina, significherà la fine di un rituale che ha accompagnato buona parte della loro vita da adulti. E ridimensionerà il ruolo della stampa come baluardo della democrazia”. Con queste parole Michael Hirschorn, su The Atlantic, un mensile di cultura, politica e costume statunitense, esprime il suo rammarico per l’estinzione cartacea del quotidiano newyorkese. Nello stesso articolo, il giornalista individua le cause della crisi finanziaria del NYT nel calo delle vendite, nella drastica riduzione delle entrate pubblicitarie e nel peggior clima economico degli ultimi ottant’anni. Oltre alla scomparsa del giornale, si prospetta anche il licenziamento dell’80% dei suoi redattori. Fra le motivazioni dell’imminente fine dei giornali statunitensi, non sembra esserci, però, la mancanza di lettori: i contenuti dei giornali e dei periodici sono più popolari che mai. Perfino fra i giovani. Il problema è che i lettori non sono più disposti a pagare. Basta andare on-line ed ecco articoli e notizie pronte all’uso. È qui, però, che entra in gioco il problema della qualità degli articoli e della veridicità delle notizie, soprattutto dall’estero. Non possedere un buon corrispondente in ogni punto strategico del proprio del pianeta, vuol dire rendere la democrazia difettosa. I governi potrebbero fare quello che vogliono senza che nessuno lo racconti in modo chiaro e intelligente. Allo stesso modo, sarà forse impossibile capire la qualità delle leggi emanate, per esempio, in Cina, in Corea o in Israele, senza un reporter appassionato e imparziale, pronto a spiegarcele. Quale sarà allora l’innovazione giornalistica in grado di arginare questo scenario apocalittico? È proprio il New York Times che, in un articolo apparso il 22 marzo, afferma di aver trovato on-line un frigorifero di notizie qualitativamente impeccabili. Si chiama GlobalPost, un sito americano di politica estera, con 65 corrispondenti in tutto il mondo, che punta ad offrire servizi a pagamento ai suoi abbonati oltre che a testate televisive tradizionali come la Cbs e ad importanti settimanali americani. Si tratta di una start-up di Boston, finanziata con 8,5 milioni di dollari, che punta ad essere redditizia all’inizio del 2010. Ma come funziona questa nuova piattaforma? Accanto al sito vero e proprio (globalpost.com), gratuito e non molto differente da altri siti dello stesso genere, c’è una sezione a pagamento (199 dollari all’anno), che garantisce un accesso esclusivo e diretto ai corrispondenti, con articoli esclusivi, e-mail di breaking news, teleconferenze e anche richieste esclusive dirette. Un giornale personalizzato e approfondito in base ai desideri dell’utente. «Se siete membro la vostra voce sarà ascoltata alla riunione di redazione” ha spiegato il direttore del sito Charles Sennot, ma, ovviamente, sarà poi la direzione ad avere l’ultima parola. I corrispondenti hanno uno stipendio di base di 1000 dollari al mese per quattro articoli, più una partecipazione alla società del sito. Inoltre, non si tratta di nomi sconosciuti: dall’Arabia Saudita scrive il famoso reporter del Washington Post, Carole Murphy, mentre il collaboratore del Time, nonché neofito romanziere, Matt Beynon Rees, è l’inviato da Gerusalemme. Al momento gli abbonati sono meno di una trentina, ma Sennot stima di arrivare a duemila entro la fine dell’anno. Come si diceva, il Global Post è utilizzato anche da settimanali americani, fra cui il Daily News, e da importanti tv, che possono affittare i suoi corrispondenti, richiedere la visione degli articoli già pubblicati o il confezionamento di altri più specifici. Può essere questa una risposta alla crisi del settore giornalistico e della sua qualità? Non ci resta che osservare l’evolversi del vacillante quarto potere mondiale in questi mesi. (Valeria Tarallo)
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