Milano: la semiotica camionista a la Fabbrica del Vapore
“Mentre i sogni miei segreti li rombavano via i Tir…”. Con queste parole Francesco Guccini racconta la storia di un personaggio attratto da una bellezza acerba, indaffarata dietro il bancone di un Autogrill. La vicenda di un uomo sofferente ed incapace di agire. Un camionista, forse, che si vergogna un poco; che non dice nemmeno una parola, a quella bionda sconosciuta e quasi triste. Il mondo dei giganti della strada è sempre stato sfiorato da artisti ed intellettuali. Toccato in superficie dalla cronaca e alimentato da leggende metropolitane. Per questo, l’universo dei trucks appare come uno stereotipo; un’etichetta osteggiata dal resto della società. A partire da oggi, la mostra Startrucks di Francesco Mattuzzi, darà una voce più compatta e sistematica a questa realtà di strada, fatta di uomini, che utilizzano codici e linguaggi specifici, tanto da sentirsi parte di una comunità. La mostra, promossa dall’Associazione Polifemo e allestita presso la Fabbrica del Vapore di Milano, nasce da un progetto sociologico cominciato nel 2005. Da allora, il giovane fotografo milanese si è messo per strada, alla ricerca di storie e d’immagini, che descrivessero, con intento quasi scientifico, i sistemi simbolici della comunità dei camionisti. Mattuzzi, attraverso l’esplorazione delle decorazioni dei mezzi e l’indagine dei vissuti dei loro conducenti, delinea un mezzo di trasporto diverso, ricco di significati psicologici e sociali. Un mezzo di trasporto, che diventa un mezzo di comunicazione, dotato di linguaggio di duplice natura: è un linguaggio verbale, che si dipana via etere grazie alla comunicazione radio, ed è un linguaggio visivo, che percorre l’esterno e l’interno della motrice e la cui sintassi si compone di elementi decorativi, espressione della personalità del camionista e simbolo di appartenenza ad una “tribù”, come dei veri e propri tatuaggi. Una tribù nomade perennemente in viaggio sulle nostre autostrade. E il tema del viaggio, dello stare on the road, è un altro elemento messo a fuoco dall’analisi artistico-sociologica realizzata da Mattuzzi, che intende il viaggiare, appunto, come qualcosa che permette l’incontro e lo sviluppo di un complesso network, in grado di arricchire il tessuto umano e di riflettersi negli artefatti con cui l’uomo interagisce. Il camionista è, quindi, anche il punto di congiunzione fra diversi mondi culturali e la sua comunità, situata in un “non-luogo”, che attraversa la Terra con camion eccentrici ed ingombranti, sembra voler affermare una presenza troppo spesso inosservata. (Valeria Tarallo)
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