Stefano Zecchi e il digiuno culturale della tv

Riprendiamo un’intervista di Francesco Serviente al professore ordinario di Estetica Stefano Zecchi. Tema: la televisione. L’intervista  era stata pubblicata su DaringToDo nello scorso mese di [...]

Riprendiamo un’intervista di Francesco Serviente al professore ordinario di Estetica Stefano Zecchi. Tema: la televisione. L’intervista  era stata pubblicata su DaringToDo nello scorso mese di ottobre.

L’oggetto Televisione, di per se, è composto da un groviglio di cavi, da una moltitudine di transistors, da uno schermo che ne diffonde la luce grazie ad una serie di trasformatori e tanti led multicolori forniti di sensori, il tutto rinchiuso in un involucro dal design accattivante, oggi realizzato in plastica in origine fatto di legno e neanche tanto nobile visto l’interno da custodire. L’essere umano a tutto questo cumulo elettronico ha dato un cuore. Ci vive e ci dorme insieme fornendogli l’energia necessaria per far rimuovere quella encefalica propria. Gore Vidal, scrittore e sceneggiatore statunitense, afferma che oggi l’80% della popolazione americana non è più in grado di formulare un’analisi e un giudizio proprio senza che questo abbia subito contaminazioni esterne. A lui si affianca il filosofo e sociologo francese Jean Baudrillard con le sue constatazioni sulla società contemporanea. La realtà – scrive Baudrillard – è sottoposta a un processo di dematerializzazione in virtù del quale la simulazione e la riproduzione del reale, indotte dall’elettronica, hanno, di fatto, annullato qualsiasi riferimento alla realtà sostituendo ad essa dei simulacri. Per non citare l’austriaco Karl Popper ricordato come il filosofo della “ patente televisiva a garanzia della stessa democrazia “. Non è il solito discorso ripetitivo contro la televisione che si rinnova con cadenza sistematica secondo Beniamino Placido, ma una serie di considerazioni che diventano di prammatica a ogni varo di stagione su chi opera all’interno del mezzo televisivo. L’uomo non è più “ ciò che mangia “. La propria esistenza è alimentata attraverso “ ciò che guarda “ elevando la televisione a ruolo di rassicurante nutrimento volto a riempire bulimicamente gli immensi vuoti strutturali dell’animo umano. Sul New York Post del 1955 già compariva, infatti, che “ la televisione è un mezzo di intrattenimento che permette a milioni di persone di ascoltare contemporaneamente la stessa barzelletta, e rimanere egualmente sole “. Dinanzi a queste necessità inconsce, non più d’intrattenimento ma relazionali, diventa necessaria l’analisi del filosofo e scrittore Professore Ordinario di Estetica Stefano Zecchi sulle conseguenze devastanti che può avere la Tv attraverso i suoi programmi trash. Nel suo saggio, appunto, “ L’uomo è ciò che guarda. Televisione e popolo “ pubblicato nel 2005 da Mondadori, Stefano Zecchi verifica come il piccolo schermo lentamente si sia impadronito dell’uomo sostituendosi all’effetto narcotizzante delle benzodiazepine e diventando palcoscenico del cattivo gusto e della volgarità sorprendentemente eletti a modello culturale e comportamentale. Catturato da Daring To Do poco prima della sua partenza con destinazione Città della Pieve in provincia di Perugia per il ritiro del Premio Nazionale di Cultura nel Giornalismo “ La Penna d’Oro “ gli chiediamo :

Perché – secondo Lei Professor Zecchi – oggi la televisione ha assunto il ruolo di nutrimento per chi la guarda ?

Perché siamo molto poveri di un altro nutrimento alternativo. Attualmente la televisione entra in un grande vuoto culturale e personale. Colpevole di tutto ciò che sta accadendo nel mondo televisivo – come ho spiegato nel mio libro – è il mondo intellettuale che ha rifiutato, a partire dagli anni 50, la cultura di massa attraverso gli strumenti di massa. Tutto ciò ha prodotto una televisione sbagliata con programmi di bassissima qualità volti solo a ottenere grandi ascolti: la televisione è uno strumento culturale decisivo.

Enrico Vaime sostiene che tempo fa sul mobile televisivo si poneva una fonte luminosa per non danneggiare la vista inconsapevoli del fatto che i danni prodotti dalla televisione non erano riconducibili agli occhi.

La battuta di Vaime è molto riuscita. La televisione può creare guai ma non è responsabile dei danni che crea. Sotto il profilo pedagogico i danni sono dovuti all’assenza della famiglia che si fa sostituire nel proprio ruolo primario dal mezzo televisivo. La televisione si inserisce in modo perfetto in un luogo di solitudine familiare. Personalmente trascorro molto del tempo libero con mio figlio che non manifesta nessuna esigenza di carattere catodico. Tempo fa nella partecipazione alla trasmissione per ragazzi “ Solletico “, di Rai 1, impartivo lezioni ai bambini delle elementari e medie spiegando loro l’arte contemporanea venendo ripagato da un sorprendente interesse. In seguito la trasmissione ha ceduto il posto alla “ Vita in diretta “. Questo dice molte cose. Non sono un fedele di Popper ostile alla comunicazione di massa, però ritengo necessario che chi lavora nell’ambito televisivo abbia le giuste credenziali per farlo considerando il grande strumento nel quale opera. Il piccolo schermo si è impadronito della nostra attenzione e del nostro tempo e ha finito per condizionarci nel bene e purtroppo nel male.

L’ultima fatica del Professor Stefano Zecchi: “ Utopia e speranza nel comunismo. La prospettiva di Bloch “. Edizioni Anake. 2008. (Francesco Serviente)

© Riproduzione riservata

Leggi anche...

Tag