Lui ti dice “Si va al MAMBO?”, tu ti vesti di paillettes, metti i tacchi a spillo e poi finisci per ritrovarti al Museo d’arte Moderna di Bologna per vedere Morandi. Ovviamente non il cantante, che qualcosa di danzereccio ce l’avrebbe pure…Maledetti acronimi, capaci di ubriacare noi spiriti semplici. “Che colpa abbiamo noi?”, mi dico (e scusate il riferimento canterino, ma mi sembrava appropriato), se chiamano i musei come discoteche e poi si lamentano che siano poco visitati, in discoteca non si va mica a vedere mostre. Il viziaccio dell’acronimo, che sicuramente è d’importazione americana, negli ultimi anni s’è diffuso a macchia d’olio. Qualche esempio tanto per far storcere il naso al solido intellettuale cresciuto a pane e mostre, colui che conosce tutti i nomi e cognomi e che con l’acronimo non si sbaglia mai. Lui sa che il MACRO è il Museo d’arte contemporanea di Roma, io credevo fosse un laboratorio del Cnr. Sa che a Napoli si trovano il MADRE e il PAN che io credevo fossero sette dedicate a culti pre cristiani. E la GAM? Un chewing gum che produce bolle portentose, pensavo io che non “mastico” d’arte e non conosco Torino, dove appunto ha sede la Galleria civica d’arte moderna. E neppure Milano sfugge. Un peluche (virtuale) a chi sa dirmi cos’è il CIMAC, situato all’interno del Palazzo Reale. Una moda, quella dell’acronimo museale, che non esclude le realtà più piccole: il MACK, ad esempio, Museo di Arte Contemporanea Krotone, e tornando nel nord e tanto per concludere questa breve quanto parziale galleria, mettiamoci dentro il MAR di Ravenna (che non è l’Adriatico, come ci hanno insegnato a scuola) ed il MART di Trento e Rovereto. Ed io impazzisco, io che ancora mi confondo sentendo parlare di CAI, invece che di Alitalia e che associo al CAI, la gloriosa storia del Club alpino italiano. Gente che va piedi, come me. (Antitesi)
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