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Grazie Cesare. E ora vorrei chiedere a te Carlo a proposito di Arte, Cultura e i rapporto con l’Impresa.
Bene. Dunque ancora prima di cominciare a riflettere notiamo già come il nostro punto di partenza sia errato: considerare questi due elementi come qualcosa di separato e di diverso commettiamo un grave errore. Ci fu un tempo, già, in cui entrambe i termini erano uniti: assemblati in una vita primitiva ove la definizione e le caratteristiche dell’impresa moderna non erano nemmeno all’orizzonte e in cui la cultura di allora era necessariamente diversa dalla cultura di oggi. Col passare del tempo, la richiesta crescente di specializzazione e quindi la sempre maggiore domanda di una visione settoriale e determinata invece che d’insieme, la divisione e quindi il disorientamento hanno prevalso sulle logiche precedenti.
Se provassimo a sostituire questa struttura a compartimenti stagni, di ripetitività e di azzeramento di stimoli e di progetti individuali tornando ad avere più gusto per le sfide –soprattutto quelle con noi stessi- , a prediligere una visione d’insieme distanziata e perspicua, riusciremmo a costruirci un percorso, una creatività. Prendiamo ad esempio un ragioniere: egli è stato addestrato a svolgere determinati compiti e nulla più: non gli viene richiesto null’altro e tantomeno se lo chiede lui stesso. Questo ci fa capire la staticità e la passività non soltanto fisica ma mentale di un lavoro del genere. Ma il problema sta nel metodo, non nel lavoro in sé. Se al ragioniere fosse data la possibilità di rappresentare il suo lavoro avremmo un’auto rappresentazione di un’unità mobile e dinamica del suo fare. Bisognerebbe insegnarli a fare arte nel(del)proprio lavoro.
Perché questo non viene fatto?
I motivi sono due sostanzialmente.
Uno è connesso al pregiudizio dell’efficienza. Ovvero l’idea –valida nel breve periodo e non nel lungo periodo- che rispecchia poi il pensiero di Smith secondo il quale la meccanizzazione consenta di abbreviare i tempi e quindi aumentare l’efficienza produttiva. Invece poi si è visto come la meccanizzazione stessa non sia al servizio dell’uomo ma abbia finito per divenirne padrona. Ogni impresa, anche la famiglia, è gerarchica. Coloro che ne traggono i veri vantaggi sono i membri che hanno in mano il potere.. La seconda ragione è questa. Se le imprese si autorappresentassero nel contesto economico e culturale in cui operano, verrebbero fuori gli orrori del mondo, dell’economia, dell’impresa..insomma verrebbero fuori tutti i caratteri e le sfumature politiche che fanno da sottofondo.
Quindi cosa si può dire del rapporto tra arte e impresa..Beh l’arte non è un momento di svago, di goimento, libera dalla vita concreta, dal suo ragionare in termini quantitativi ed economici, supra partes. L’arte è disvelatrice, manifestazione di ciò che siamo e di ciò che facciamo. L’Arte è rappresentazione. E’ più che concreta.
Grazie Carlo..credo che questa scossa abbia fatto bene un po’ a tutti i presenti..grazie davvero.
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