Lucio Fontana. Chi non conosce Lucio Fontana? Esponente di spicco, se non addirittura il pensatore principale, dello spazialismo. Nell’epoca che, per eccellenza, ricercava nuovi spazi, andava incontro alle esigenze egemoni in fatto spaziale e geografico dell’ umanità, ricercava la via per la Luna, ipotizzava la possibilità di poter unificare territori vasti e lontani, l’arte rispose e metabolizzò questa tendenza ai nuovi spazi in modi innovativi e fondamentali per il futuro. Lucio Fontana, in particolare, decide di aprirsi alla variabile spaziale indagando le infinite possibilità di rapporto e di confronto con uno spazio ignoto. La sua è una ricerca di forme ma anche una ricerca di sostanza. La prima porta a creare oggetti che rimarranno il riferimento per decenni, e lo sono tuttora, per designer e grafici. La seconda si indirizza in quel “non chiederci parola” di Montale, nel labirinto di Calvino. Un luogo dal quale è possibile uscire ma sulla quale uscita, l’artista, non può dire nulla. Non può sapere nulla. Indica l’uscita senza conoscerne il reale passaggio ad un altro mondo.
Lucio Fontana, a questo punto, individuato nel corso della storia dell’arte come uno dei maestri del Novecento, si pone al centro di un caso. Che è il punto fermo eppure d’incontro di una mentalità tipicamente italiana, che tende a non difendere le proprie bellezze, che, alle volte, le svilisce, le abbandona. Da un decennio circa, con conseguenze che hanno iniziato a mostrarsi negli ultimi mesi, abbiamo assistito ad un fluire continuo nel mercato artistico delle opere di Fontana verso altri continenti. Le speculazioni su tutta la gamma di produzione fontaniana stanno divenendo ingenti: comprare un’opera di Fontana oggi è un fatto, spesse volte, meramente feticista, puramente commerciale, inutilmente economica. Fontana diviene un prodotto finanziario, un’obbligazione da milioni di euro. In aggiunta a questo, che è un trend sociale, si sta facendo largo il sospetto che l’Italia, per indolenza, stia permettendo ad altri paesi di costituire raccolte e collezioni del genio fontaniano. E’ nota quanto recente la notizia che Philadelphia stia procurandosi mediante aste e donazioni un buon nucleo di opere per mettere in piedi un museo dedicato allo spazialista italiano. E’ altrettanto noto che la Fondazione Fontana di Milano, portata avanti con strenui sforzi e volontà, sia, per questioni di successione, destinata a crollare in pochi anni. Stiamo perdendo l’occasione di fornire una casa ad uno dei nostri maggiori geni. Stiamo fallendo nell’operazione più importante quando si parla di pensiero: preservarlo e tramandarlo con semplicità. A questo punto, che sembra quasi incontrovertibile, si aprono questioni diverse: è importante costituire un museo Fontana a memoria del genio italiano? E’ giusto permettere questa emigrazione del pensiero? A proposito di questo, è giusto considerare l’arte come nazionale oppure il valore estetico è sovra nazionale? In questa seconda ottica come si pongono i valori e i guadagni economici derivanti, ad esempio, da un museo Fontana in Pennsylvania? A queste domande sarà necessario dare risposte per questo ed i prossimi Fontana.
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