Siamo in Spagna. Ituren e Zubieta. Due piccoli borghi arroccati nella Navarra basca che distano pochi chilometri uno dall’altro.
Ogni anno, gli ultimi lunedì e martedì di Gennaio, gli abitanti delle due minute comunità si fanno visita scambievolmente vestendo grossi campanacci da mucca (polunpak) oppure incoronati da fiocchi multicolori e penne di gallo (ttuntturroak), con il fine di non farsi riconoscere e sbeffeggiare i propri vicini.
Il carnevale e il folclore, oltre a questa particolare ricorrenza spagnola, sono sempre andati a braccetto. Sin dal Medioevo manifestazioni di pubblico giubilo, insulti, maschere, parodie, diavoli e personaggi farseschi si sono alternati sulle scene e piazze cittadine. Il garzone può vestirsi da aristocratico, insultarlo, mangiare alla sua mensa, rubargli la donna, denudarsi ed invadere la chiesa. Quando il buffone viene ucciso ed il carnevale ha ufficialmente termine tutto rientra e il garzone si ricopre di fango. Il carnevale è, da sempre, il luogo finalmente fisico nel quale dare vita ad un rovesciamento della piramide sociale.
Il carnevale è sempre stato uno stillicidio della follia, ed ora, nella maggior parte dei casi, si riduce ad una semplice festa.
Non sarebbe bello poter insultare, un pò, il proprio capo?
Uscire, consapevolmente, dagli schemi della società?
Essere autorizzati a farlo?
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