Tatuaggi criminali, le storie ed i simboli più gettonati

La “metamorfosi sociale” del tatuaggio: da segno di disagio e malaffare a strumento identitario e di moda.

MODA/GLAMOUR: Veri e propri status symbol, oggi i Tattoo fanno tendenza, ma è sempre stato così?

Il tatuaggio sortisce, volente o nolente, un’ampia gamma di reazioni, le più disparate. È praticamente impossibile, infatti, evitare lo sguardo ed i pensieri di tutte le persone con le quali quotidianamente si interagisce. Sicuramente si può essere disinteressati dell’opinione altrui, ma fatto sta che siamo “individui sociali”, facciamo cioè parte di un gruppo, piccolo o grande che sia, di una società, e l’opinione degli altri potrebbe perciò anche influenzarci.

Le motivazioni per cui oggi ci si tatua sono molto distanti da quelle che per mezzo del tatuaggio contrassegnavano l’individuo come membro o non membro di una determinata tribù. Tale forma artistica è, infatti, da considerarsi un’arte antichissima, nata allo scopo non solo di soddisfare un impulso individuale, bensì un impulso con connotazioni e risvolti sociali, tanto da poter parlare di “atto sociale primitivo”.

tattoo

Tattoo

Nel ‘900, però, nelle società occidentali il tatuaggio non viene più considerato espressione di arte e di libertà, ma viene associato ad un disordine morale. I tatuaggi iniziano a dilagare tra i ceti più bassi. Pirati e marinai si tatuavano per ostentare la propria forza bruta e l’assoluto disprezzo di ogni regola sociale e per essi, rappresentavano amuleti o protezioni, tra un viaggio e l’altro. Dai porti, i tatuaggi passano poi, alle galere e alle storie del malaffare e della malavita, tanto da diventare un vero e proprio simbolo di appartenenza alla criminalità. Basti pensare alle più famose gang americane, il Barrio 18th e Mara Salvatrucha 13° ed alla stessa mafia giapponese, la Yakuza, quest’ultima famosa per il taglio delle dita ed i tatuaggi. Segni distintivi dei membri di questi gruppi sono, infatti, i grandi tatuaggi con temi iconografici personali ed inimitabili, che tutti gli affiliati si fanno eseguire ma che usualmente nascondono. L’opera per eccellenza sulla Yakuza, conosciuta per la violenza e l’erotismo dei suoi disegni, è “Crying Freeman”: un manga ed un anime su di un assassino che piange ogni volta che uccide, da qui il soprannome del protagonista dell’opera. L’associazione tra tatuaggi e Yakuza in Giappone è tale che questa pratica è quasi completamente sconosciuta nel resto della popolazione.

Da qui le considerazioni negative sul tatuaggio, quale non solo segno di disagio, di censura, ma anche una vera e propria struttura semantica del mondo carcerario con la diffusione delle teorie di Cesare Lombroso, pioniere e “padre” della moderna criminologia. Si trova così una collezione delle varie forme e frasi dei criminali, come prototipi. Con la pubblicazione, nel 1876, del saggio “L’uomo delinquente”, egli mette infatti in stretta correlazione il tatuaggio e la degenerazione morale innata del delinquente: “il segno tatuato è fra quelle anomalie anatomiche in grado di far riconoscere il tipo antropologico del delinquente. Il delinquente nato mostra specifiche caratteristiche antropologiche che lo avvicinano agli animali e agli uomini primitivi e l’atto di tatuarsi di criminali recidivi è sintomo di una regressione allo stato primitivo e selvatico”.

tattoo

Tatuaggio

Il saggio è ricco di descrizioni di tatuaggi e delle storie degli uomini che li portavano, soldati ma soprattutto detenuti, criminali e disertori. L’uomo delinquente così diventa anche un catalogo approfondito di tutte le tipologie di tatuaggio che potevano essere reperite all’epoca, fornendo un ampio squarcio sulle usanze del tempo. “Lombroso cataloga i tatuaggi in segno d’amore (iniziali, cuori, versi); simboli di guerra (date, armi, stemmi); segni legati al mestiere (strumenti di lavoro, strumenti musicali), alla religione (croci, Cristi, Madonne, Santi) e raffiguranti gli animali (serpenti, cavalli, uccelli).
Di origine marsigliese, sono i cosiddetti “5 punti della malavita”, in cui gli esterni rappresentano gli angoli che formano le mura di un quadrato e il centrale è il detenuto, accompagnati di solito da rime riferite a ogni punto ad esempio «condanna e tomba non mi fanno ombra» oppure «trent’anni e mura non mi fanno paura». Similmente un altro simbolo fatto da tre punti sul lobo dell’orecchio, a lato dell’occhio e a fianco delle labbra a indicare la massima omertà «non vedo-non sento-non parlo».

Poi, tra i più figurativi: il serpente, segno di persona pericolosa che attacca, espressione di un desiderio di vendetta e, se in riposo che la vendetta è stata fatta; se attorcigliato a un pugnale, indica un tradimento. Hanno lo stesso significato il cobra e lo scorpione.
Il leone invece simboleggia un uomo duro e l’aquila un rapinatore.
Il revolver e in seguito la pistola con o senza i proiettili simboleggiano l’appartenenza a un “gruppo di fuoco”.
L’asso di bastoni o San Michele Arcangelo sono simbolo di comando della ‘ndrangheta, la rosa rossa della Sacra Corona Unita.

Ma ci sono anche i segni di conversione, chi riesce a uscire dalla malavita si tatua una croce a indicare l’intenzione di costruirsi un’altra nuova vita. Un veliero, lo tatua chi ha passato tutta la vita fuori casa. Molte sono inoltre le rappresentazioni mitologiche e religiose, dalle sirene, cavalli alati, unicorni a santi e madonne.

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Nettuno, tattoo

Malgrado la censura di Lombroso, il tatuaggio però viene praticato sia nel Santuario di Loreto e sia presso importanti famiglie aristocratiche, tra cui spiccano i Savoia e i D’Aosta.

È però dalla fine degli anni ’60, inizio anni ’70 in poi che la cultura del tatuaggio ha conosciuto una progressiva diffusione, prima nelle sottoculture giovani hippy e fra i motociclisti e poi ha conquistato lentamente ogni strato sociale e ogni fascia d’età. È solo, infatti, con il dilagare della controcultura degli anni ’60-80 che il tatuaggio affascina chi sceglie di stupire e porsi in alternativa alla mentalità comune, per i punk e i bikers ad esempio era espressione di ribellione e rabbia.

Volendo tornare quindi ai motivi per cui ci si tatua, oggi ci sembra essere in un’epoca molto più ricettiva, più aperta ai cambiamenti. Oggi si sceglie il tatuaggio, infatti, come autentica celebrazione dei propri gusti e del proprio modo di essere, oltre che manifesto dei propri personali eventi di vita. Il tatuaggio può essere considerato come una “cicatrice del proprio sentire”. Oggi ci si tatua per tirare fuori quello che si ha dentro trasformando il proprio corpo come strumento di comunicazione, vi è una sorta di riappropriazione di esso.

Il tatuaggio come è stato riportato sopra, è stato utilizzato con finalità diversissime, e ancor più vari sembrano essere i motivi che hanno contribuito allo sviluppo di questa antichissima pratica.
Tant’è che Claude Lévi-Strauss, in “Antropologia strutturale”, descrive come l’uomo fin dall’antichità abbia sentito l’impulso di abbellire non solo gli oggetti intorno a sé, ma soprattutto il proprio corpo. A conferma di tale tesi vi sarebbe il ritrovamento di alcuni utensili di epoca preistorica che si pensa fossero stati utilizzati per praticare un tatuaggio.

Abbellire il proprio corpo, dunque, “indossando” un tatuaggio, per stupire e stupirsi della bellezza di un disegno personale, sentito, che suscita le profonde emozioni di chi ha deciso di sfoggiarlo. (r.b.)

 

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