Antonello Piroso è il nuovo direttore di Blogo

Nuova carica per l’ex giornalista di La7 che dice la sua sul web e su tutti coloro che ci lavorano.

Antonello Piroso è il nuovo direttore di Blogo, una delle testate giornalistiche on line, tra le più famose d’Italia. Antonello Piroso viene dalla televisione, ma questa sfida non lo spaventa. Antonello Piroso come Lucia Annunziata dunque. Eppure tra i due c’è una differenza di fondo, o almeno questo è quanto traspare dal primo editoriale scritto da entrambi. Lei, il Direttore dell’Huffington Post Italia ha detto senza mezzi termini che coloro che scrivono contenuti on line, se non sono giornalisti, non devono essere pagati. Ricordiamo che l’Huffington Post è un gigantesco blog, costruito ogni giorno grazie agli interventi dei blogger, blogger che dunque – non essendo giornalisti – non percepiscono alcuna retribuzione.

Antonello Piroso è di tutt’altro avviso: i professionisti del web devono essere pagati. Posizione dunque direttamente opposta a quella della sua collega. Questo e altro ancora nel suo editoriale che vi riportiamo integralmente:

 

“Poche parole per non sbrodolarsi addosso, unendo l’inutile al superfluo (e grazie alla Regina Elisabetta e agli Emiri -del Qatar? Boh, nelle tragicomiche vicende del capitalismo italiano viene sempre evocato un mitico Emiro del Qatar pronto a intervenire con soldi freschi per salvare imprese decotte- che si sono prestati a questa carnevalata).

Quando Luca Ascani e Salvatore Esposito, fondatori di Populis, mi hanno proposto di coordinare il lavoro dell’universo Blogo e Blogosfere, abbiamo cominciato a ragionare insieme su quale fosse l’obiettivo che intendevamo raggiungere.

Massimizzare il traffico sui siti, ovvio, perchè se è vero che tutti noi vogliamo contenuti free sul Web, è pure vero che chi ci lavora (a cominciare da chi scrive) vuole e deve essere remunerato. E fino a prova contraria questo si può fare solo incrementando la raccolta pubblicitaria, fattore che a sua volta si basa appunto sul volume dei contatti che si genera.

Da questo punto di vista, il mondo Blogo (abituiamoci a considerarlo un’unica entità) parte da numeri di tutto rispetto: l’integrazione e le sinergie tra i diversi “verticali” porta a un flusso di utenti unici mensili di oltre 7 milioni, secondo l’Audiweb dell’ottobre scorso. Cioè a un terzo di quei 21 milioni che s’indirizzano a siti di news e informazione (su un totale mese pari a 28 milioni).

Ma il traffico non è metro e misura di tutte le cose: devi anche cercare di accreditarti come interlocutore serio presso quei mondi -politici, imprenditoriali, finanziari, culturali- che fino a oggi non hanno avuto modo di conoscerti. Altrimenti per aumentare il numero degli utenti basterebbe mettere un bel paio di tette nell’apertura dell’homepage, o qualche richiamo a gossip pruriginosi, e il gioco è fatto.

Internet è una ulteriore possibilità di comunicare con gli altri. Nessun nuovo medium ha mai ucciso il predecessore: la radio non ha ammazzato la carta, la tv non ha annientato la radio, la Rete non farà scomparire la televisione. Semmai, ogni evoluzione tecnologica porta a un riaggiustamento sulla fruibilità dei contenuti, che a loro volta si plasmano formalmente sui parametri imposti dall’ultimo arrivato, che però rappresenta l’avanguardia della nuova frontiera.

Ecco, per questi motivi ho accettato la proposta dei due simpatici “banditi” (li chiamo io così, che non rinuncio mai a fare il Gian Burrasca, in realtà sono imprenditori perbene a tutto tondo). Qui non si vendono sogni ma solide realtà, ora integrate dal e nel sito Blogo.it che offrirà un suo punto di vista sulla realtà, politica e non solo, italiana ed estera. Senza tirarsela troppo -scusate il linguaggio grossolano-, senza salire in cattedra, senza pensare di essere i depositari del quarto segreto di Fatima o i monopolisti della morale (per usare l’espressione che PLBersani rivolse a muso duro a MTravaglio durante una puntata di Servizio Pubblico nella scorsa stagione), non accodandosi al mainstream imperante, neanche nella scelta della gerarchia delle notizie.

Internet è, massmediologicamente parlando, incrociando JDerrida e GDebord (mi esprimo ormai come un situazionista alla Carlo Freccero, nel senso che penso sempre alla situazione mia), un non-luogo virtuale ormai più reale del mondo offline. Basti pensare a quanto è successo a proposito del famigerato lacrimogeno che dalle finestre del Ministero i poliziotti avrebbero sparato sui manifestanti che -legittimamente e doverosamente- sfilavano per esprimere il proprio dissenso. Davvero quel giorno le forze dell’ordine (capaci di vergogne come quelle di Bolzaneto e della Scuola Diaz al G8) erano come i nazisti che, dall’alto delle loro torrette, mitragliavano tutto quello che si muoveva sulla spiaggia di Omaha Beach il giorno dello sbarco in Normandia? Oppure cercavano di replicare il delitto di Marta Russo alla Sapenza del maggio 1997 (vi segnalo sull’argomento l’ottimo libro di Giovanni Valentini, oggi editorialista di Repubblica, in cui l’autore tra l’altro segnala a che punto possa arrivare il cortocircuito mediatico tra sistema dell’informazione e apparato giudiziario).?

No, però la velocità del Web unito al pregiudizio complottardo – per cui “dietro” ci deve essere sempre qualcosa (ricordo ancora cosa mi disse a tale proposito uno dei miei maestri, di cui sono rimasto cattivo allievo, il mai troppo rimpianto Claudio Rinaldi: “Ricordati di non scrivere mai ‘cosa c’è dietro’ in tuo pezzo, perchè dietro c’è solo il buco del cu…bo”, diciamo così)- ha fatto sì che per tre giorni si ipotizzassero gli scenari più inquietanti. Un po’ come è successo a Brindisi il 19 maggio, do you remember? Un’esplosione in una data sospetta, cioè alla vigilia dell’anniversario della morte di Giovanni Falcone, in un luogo più che sospetto (davanti all’istituto intestato alla moglie del magistrato morta con lui a Capaci, ma anche lì la sciatteria portò a parlare di scuola intitolata a entrambi, mentre il nome era solo quello di lei: Francesca Laura Morvillo Falcone), mentre in città si annunciava la marcia della Carovana Antimafia organizzata da Libera di Don Luigi Ciotti. Ergo, la “maggioranza rumorosa” – fin dai primi minuti dopo l’esplosione in cui perse la vita Melissa Bassi- dettò la linea: Cosa Nostra aveva rialzato la testa, e l’attentato era la risposta alle rivelazioni sulla trattativa Stato-Mafia. Per ore, per l’intera giornata e quella successiva furono poche le voci che cercarono di farsi sentire nel clamore sollevato dalle esternazioni dei professionisti dell’antimafia (espressione che ho sempre detestato, perchè offensiva, usata e abusata secondo le convenienze, ma qui dà l’dea e ci sta tutta), penso per esempio alle lucidi riflessioni di Nicola Gratteri, magistrato a rischio vita che si oppone alla Sturmundrangheta (copyright by Umberto Eco). Fino allo scoop annunciato, la vera verità: il colpevole era un pazzo solitario, e la povera ragazza, già innalzata sull’altare suo malgrado, eroina perchè vittima della Mafia, veniva declassata a povera sfigata che semplicemente si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ecco, come recita “Non chiederci la parola” di EMontale: “codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Memori di un altro insegnamento che un grande vecchio del giornalismo cartaceo, Lamberto Sechi, inventore del newsmagazine Panorama, ci ha impartito nell’altro secolo, e che suona come un impegno sincero per un trattamento e una narrazione (i guasti all’uso dell’italiano portati da NVendola sono quasi pari a quelli partoriti da SBerlusconi) equilibrata e non faziosa delle notizie : “Io ho molti amici. Il mio giornale, il mio telegiornale, il mio sito neanche uno”.

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