Troppi fasti per “Il Grande Gatsby” di Baz Luhrmann

Un’eccessiva campagna pubblicitaria crea grande attesa per il Grande Gatsby, che in sala viene delusa

Un mese fa le vetrine di Tiffany, Prada e Brooks Brothers a New York celebravano l’avvento del quarto adattamento cinematografico del romanzo di F.S. Fitzgerald.
Il 10 maggio 2013 il film è stato presentato in anteprima mondiale in America, mentre il 15 maggio ha aperto la sessantaseiesima edizione del Festival di Cannes.
Entrambe le première sono state precedute da sfarzosissime feste ambientate nell’epoca d’oro del jazz, gli anni ’20.
Cosa resta dopo tutti questi fasti?

Resta un film che dopo 143 minuti lascia piuttosto freddi, è successo all’Havery Fisher Hall del Lincoln center così come a Cannes.
Si rimane pieni di domande. La prima è: qual è il senso di riproporre nel 2013 una storia così legata al periodo in cui è stata scritta?
Il fulcro centrale della storia, o meglio la sua cornice, è l’età del jazz. Ma in questo film cosa c’è di quel periodo?
Luhrmann trasforma gli anni ’20 secondo la sua estetica, aggiungendo musica hip hop, macchine veloci ed effetti 3D che rendono la pellicola nel suo insieme molto finta ed artefatta.

Le feste di Gatsby o quella nel nido d’amore di Tom e Myrtle sono totalmente estranee allo spirito del libro. Si ha come l’impressione che gli americani di oggi siano stati trasportati negli anni del dopoguerra e celebrino i loro vizi di uomini del XXI secolo.

Non vi è nemmeno l’ombra dello spirito dell’epoca ed è un grandissimo peccato; il romanzo da cui è tratto il film racconta una storia bellissima e soprattutto moderna, non c’è bisogno di nessun artifizio per renderla attuale, perché è già, così com’è, un paradigma della condizione dell’uomo, adesso come cento anni fa.

Conserva comunque una buona attinenza al romanzo sul piano della narrazione e dei dialoghi, riesce persino a realizzare la tecnica della storia riportata, così come raccontata nel libro, mettendo Nick in un sanatorio e affidando alla redazione delle sue memorie il compito di descrivere gli eventi.

L’adattamento di Luhrmann subisce anche l’inevitabile confronto con la versione di Jack Clayton del 1974, con Robert Redford e Mia Farrow.

Per quanto riguarda il lavoro fatto sulla sceneggiatura, Luhrmann e Graig Pierce possono dire di aver raggiunto, se non addirittura superato, l’operazione attuata da Francis Ford Coppola per il film del ‘74.

La grande sconfitta invece risiede inaspettatamente nel cast. Sulla carta gli attori scelti sembravano più che adatti, se non dovessimo tener conto dei precedenti, Carey Mulligan sarebbe perfetta, bella, fragile ed eterea, e per questo motivo la sua indifferenza ci colpisce maggiormente; ma come facciamo a non tener conto di Mia Farrow e soprattutto di Zelda Fitzgerald?

La performance di Leonardo DiCaprio si mantiene come sempre su buoni livelli, apprezzabile soprattutto in lingua originale, ma spesso recita la parte della macchietta che ha poco a che spartire con il Gatsby originale o con quello di Robert Redford. L’esplosione di rabbia durante la discussione con Tom è un tipico atteggiamento dei protagonisti interpretati da DiCaprio, ma non appartiene per nulla a Gatsby, sempre calmo e composto.

In generale i personaggi sono caratterizzati male; ad esempio il meccanico Wilson descritto come un bruto, grossolano e ignorante, in realtà è solo una persona semplice e ingenua, innamorato fino alla follia della moglie infedele.
Invece Joel Edgerton, che interpreta Tom Buchanan, si rivela un ottimo attore e spicca nel cast per aderenza al personaggio e trasporto nella recitazione.

ilgrandegatsby

L’ambizione del regista australiano pare essere di descrivere Gatsby come fece Orson Welles con Charles Foster Kane, in bilico tra verità e menzogna, fino a quasi a volersi identificare con il suo protagonista.

Effettivamente i due personaggi si somigliano: vivono nello stesso periodo, sono il prototipo del self made man, inseguono il sogno di un passato ormai perduto.
La decisione di trasformare Jay Gatsby in una sorta di oscuro (anti-) eroe wellesiano poteva svelare alcuni aspetti inediti del ricco magnate americano.
Tuttavia il trucco non riesce, poiché il fascino di Gatsby è compromesso dalla stessa struttura del film che vuole a tutti i costi spiegare ogni cosa con le parole invece di lasciare più spazio all’intuizione dell’immagine cinematografica.

Durante il corso di tutta la pellicola, il regista australiano cerca di creare una commistione tra retrò e moderno, che si realizza perfettamente solo per quanto riguarda i costumi, realizzati da Catherine Martin con la collaborazione di Miuccia Prada.

Questo è stato probabilmente l’ambito che ha creato più interesse intorno al film, che ha avuto comunque il grande pregio di coinvolgere tutti in una grande festa, riaccendendo la speranza che il cinema torni a essere un fenomeno di costume e non solo un prodotto usa e getta.

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