Torna in sala la Vendetta. Confessions di Tetsuya Nakashima

Sospeso tra Bach e Radiohead, un film in chiave nichilista sull’adolescenza

Uscito nel 2010, ma distribuito solo adesso in Italia, Confessions è una pellicola che si ritaglia un posto d’onore in un 2013 ricco di grandi film.

Il giorno prima delle vacanze scolastiche, l’insegnante delle medie, Yuko Moriguchi, a seguito della tragica morte di sua figlia Maname, annuncia alla sua classe di volersi ritirare dalla scuola.

Durante il discorso di commiato, in cui la professoressa cerca di esaltare l’importanza della vita, veniamo a conoscenza che la morte della bambina non fu un incidente, come venne stabilito dalla polizia, bensì opera di due studenti.

Dopo una lunga introduzione, in cui ci viene dato sia il mistero che la sua soluzione, l’insegnate dichiara di volersi vendicare dei due assassini, in un percorso di violenza che porterà i due giovani a riscoprire il sacro valore della vita; o forse no.

Confessions è un poema nichilista di estrema bellezza formale, diviso in cinque atti,
o confessioni, narrato da più voci e con il frequente utilizzo di flashback (tecniche che richiamano l’illustre Rashomon di Kurosawa).

Tetsuya Nakashima, autore di Kamikaze Girls e Memories of Matsuko, ritorna a studiare da vicino l’adolescenza giapponese, ma stavolta con un occhio più disincantato e disilluso. Fin dalle prime scene, s’intuisce il netto cambio di rotta; i suoi precedenti lavori erano caratterizzati da uno stile molto pop, colorato, quasi da videoclip, mentre in questo film i colori vengono desaturati, a favore di una gamma cromatica slavata e pallida.

Come in un quadro di Rembrandt, i due direttori della fotografia, Shoichi Ato e Atushi Ozawa, creano un gioco di luci e ombre, atto a far risaltare in primo piano colpevoli e innocenti.

In questa storia tuttavia abbondano i colpevoli, mentre quelli che credevamo innocenti, o almeno puri di cuore, nascondo terribili scheletri nell’armadio; l’unica figura candida è la piccola Maname, vittima di un delirio superomistico.

Tratto dall’omonimo libro di Kanae Minato, il film sembra partire da un semplice fatto di cronaca per poi, alla maniera dostoevskijana, indagare fino ad arrivare alle estreme conseguenze.

Proprio Dostoevskij sembra possa fornirci una plausibile lettura dell’opera; come in Delitto e Castigo, il crimine ci viene svelato fin da subito, facendo crollare il mistero e attuando il meccanismo del giallo alla rovescia.

Quello che interessa al regista, non è l’atto criminale in sé e per sé, ma il percorso di vendetta e redenzione; quest’ultima però non sappiamo se arriva veramente, difatti il finale ci lascia piuttosto disorientati, ridefinendo il senso dei precedenti discorsi sulla vita.

 

Tetsuya Nakashima

 

Naoki e Shuya, i due assassini, sono figure tipiche del cinema di Nakashima; sono degli adolescenti tenuti ai margini della società, che vivono nel loro mondo, indifferenti a tutto ciò che non li riguarda.
Altra costante di quest’autore è la figura materna, in questo film declinata in diversi aspetti e influente sulla storia e sulla psicologia dei personaggi.

Prima di tutto la docente Moriguchi è madre ed è proprio a causa del dolore per la scomparsa della figlia, della perdita del suo ruolo come genitore, che mette in pratica i meccanismi della vendetta.
In secondo luogo, sembra che le personalità dei due studenti siano fortemente influenzate dai loro rapporti con la madre.
Shuya è figlio di un’importante ricercatrice universitaria che l’ha abbandonato in tenera età, lasciandogli solamente una pila di libri utili a formare il genio del ragazzo.
L’esperienza dell’abbandono genera quindi in Shuya l’ambizione di percorrere le orme della madre, nella speranza di essere riconosciuto e ammirato da essa.
Le continue frustrazioni svilupperanno però in lui un complesso superomistico; ritenendosi un novello Raskol’nikov, si creerà un codice morale personale al di sopra della massa “ignorante”.

Non essendo però mosso da compassione, ma al contrario alimentato dal rancore, il suo atteggiamento lo porterà sulla via della distruzione.

Diverso discorso invece per quanto riguarda Naoki, soffocato da una madre troppo apprensiva che lo difende e quasi lo giustifica davanti al crimine commesso.
Naoki non ha mai sperimentato la vita ed è proprio tramite amicizia con Shuya che crede di potersi liberare della gabbia materna. Scoperta l’illusione, il ragazzo deciderà di ritirarsi della scuola e chiudersi nell’isolamento della sua stanza, smettendo di lavarsi e nutrendosi sporadicamente.

Proprio in questa condizione Naoki viene a contatto con la vita; attraverso la sporcizia in cui vive e il cattivo odore che emana, sente di esistere. Per questo motivo avrà un crollo nervoso quando la madre lo ripulirà mentre dorme, cancellando così anche la sua esistenza.
Oltre a portare avanti una narrazione improntata principalmente sui protagonisti, Nakashima si concede anche attimi di denuncia nei confronti della società, prendendo di mira il fenomeno del bullismo e l’ipocrisia dei mass media interessanti principalmente a strumentalizzare i fatti di cronaca nera.

È innegabile che la prima parte del film mantenga un livello di perfezione e ritmo, che nella seconda metà viene mancare, pur possedendo alcune scene da antologia.
I cambi di stile e di genere danno l’idea di un autore maturo e che maneggia agevolmente la materia che tratta.

Film di grande potenza evocativa, grazie anche alla stupenda colonna sonora che passa dalla trascendenza di Bach e Handel alla lacerante catarsi dei Radiohead, Confessions si pone fin da subito come un cult che riesce a emozionare lo spettatore, grazie ad una riuscita combinazione di bellezza e tragedia.

Trailer

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