The Grandmaster di Wong Kar Wai

Il regista di Hong Kong plasma il genere wuxia secondo la sua lirica e malinconica visione del mondo

Dalla presentazione fuori concorso al Berlinale 2013, anticipata dall’uscita in Cina, The Grandmaster ha letteralmente fatto impazzire il popolo cinefilo.

Tutt’oggi, infatti, Wong Kar Wai è una delle maggiori eminenze cinematografiche al mondo, creatore di un linguaggio unico, tra i più coraggiosi e sperimentali, al pari di Terrence Malick e Aleksandr Sokurov.

Acclamato dal pubblico e dalla critica, il suo lavoro più importante In the mood for love è il solo film degli anni 2000 ad essere regolarmente inserito nelle classifiche dei migliori di sempre, insieme a Mulholland Drive di David Lynch.

Autore di uno stile in continua evoluzione, mantiene sempre delle tematiche fisse ricorrenti in ogni suo opera, declinati secondo il mood del momento.

Innanzitutto Kar Wai è il regista delle mani, dettaglio ossessivamente filmato in ogni possibile atto, che siano in procinto di cucinare, di stringere una donna, di impugnare una spada, di cucire o di masturbarsi.

La mano, però, come arma letale non era mai stata indagata dal cineasta di Hong Kong; questa potrebbe essere la promessa teorica, ma le coreografie acrobatiche tipiche dei wuxia vengono plasmate con il gusto per il melò e con la sua messinscena precisa ed elegante, quasi pittorica.

The Grandmaster di Wong Kar Wai

The Grandmaster di Wong Kar Wai

 

The Grandmaster racconta la storia di Ip Man, leggendario maestro di arti marziali, che ebbe tra i suoi allievi Bruce Lee. Negli ultimi anni in Cina sono stati prodotti svariati film su questo mitico personaggio, dunque, ci si aspettava l’opera definitiva da Kar Wai.

Tuttavia il regista sorvola sulla vicenda personale, facendo di Ip Man una figura paradigmatica della storia della Cina negli anni dall’occupazione giapponese fino alla rivoluzione culturale.

Il risultato è uno struggente affresco di un paese proiettato nel futuro, che lentamente dimentica le sue tradizioni, la sua identità. Le arti marziali sono il simbolo di questo declino, finendo per essere declassate dal rango di raffinatissima arte del gesto, per pochi eletti a misero oggetto di insegnamento per saltimbanchi e teppisti.

La giovinezza, gli anni a Forshan e a Hong Kong, la passata gloria, i conflitti, tutto viene fagocitato dall’inesorabile scorrere del tempo, così la storia è velata di un sottile strato di malinconia e rimembranza.

Viene facilmente in mente un paragone illustre, difatti, The Grandmaster sta al genere kung fu come C’era una volta in America sta al gangster movie, con tanto di riprese di temi musicali e fumi d’oppio.

Le numerose elissi, i salti temporali, l’incrociarsi dei destini rendono la trama difficile da seguire, ma d’altro canto riescono ad esemplificare perfettamente l’umore che il regista vuole trasmettere, un flusso di immagini sublimi, di tableaux vivant sospesi in un’altra dimensione.

Sempre presenti, dunque, i tòpos classici della sua filmografia, a cominciare dall’amore come sogno impossibile da realizzare. Durante lo scontro tra Ip Man (Tony Leung) e Gong Er (Zhang Ziyi), ciò che viene messo in rilevo non il combattimento in sé e per sé, ma il contatto sfiorato, gli sguardi che s’incrociano, un’esplosione sublimata di passione inespressa, come già accaduto in In the mood for love.

Permeato da un’atmosfera algida e ieratica, la paletta cromatica verte principalmente per tonalità molto scure, a differenza degli ultimi lavori, eccezion fatta per il personaggio interpretato da Zhang Ziyi.

Sebbene The Grandmaster, come detto, sia basato sulla storia di Ip Man, passando però da un piano individuale ad uno universale, la vicenda di Gong Er assume dimensioni e vita propria, racconti alcuni dei momenti più intensi della pellicola.

The Grandmaster di Wong Kar Wai

The Grandmaster di Wong Kar Wai

 

Erede della “tecnica dei 64 palmi”, Gong Er è tormentata tra l’amore per il padre Gong Yutian, anch’egli gran maestro di kung fu, che le intima di vivere una vita lontana dalle arti marziali e il desiderio di vendetta per la sua morte, ucciso dal suo allievo più promettente.

Decisa a riottenere l’eredità della sua famiglia, ella farà un giuramento infrangibile, che non le permetterà più di sposarsi o insegnare, ciò le negherà sia la possibilità di tramandare la tecnica dei 64 palmi, che andrà perduta nei meandri della sua, sia quella di una futura unione di Ip Man, creandole un rimpianto immenso che cullerà fino al giorno della morte.

Le scenografie in cui si muove virano tra le tonalità più buie degli interni o delle notti piovose e i grandi spazi aperti nella neve, quindi si passa da un estremo all’altro, come a voler simboleggiare l’eterna lotta che attanaglia la bellissima guerriera, un conflitto irreprimibile come quello tra ying e yang. Da sottolineare anche l’inteso colore rosso che appare sulle labbra di Gong Er, macchiate di sangue o tratteggiate con il rossetto, come se il suo dissidio possa essere sanato solamente dalla passione o dalla morte.

Con The Gradmaster, Wong Kar Wai realizza una summa del suo pensiero e del suo percorso artistico, a ben guardare troviamo tutti i temi a lui più cari, sintetizzati in uno stile diverso dai precedenti, ma i cui semi sono stati piantati lungo tutto l’arco della sua folgorante carriera.(f.p.)

The Grandmaster – Trailer

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