Solo Dio perdona di Nicolas Winding Refn

Dopo il successo di Drive, il duo Refn-Gosling ritorna con una fiaba edipica ambientata in Thailandia

Julien gestisce una palestra di boxe a Bangkok, assieme al fratello Billy, per nascondere il traffico di droga. Quest’ultimo, rissoso e violento, in una notte di follia prima ucciderà una ragazza minorenne, per poi a sua volta essere ucciso dal padre di lei, assetato di vendetta. Saputa la notizia, la madre dei due trafficanti accorre in Thailandia per ritirare la salma del figlio e vendicare la sua morte. Nell’omicidio di Billy però è coinvolto anche uno spietato poliziotto, che non esita a distribuire punizioni ex-legis a chi se le merita. Il sangue chiama sangue, sarà quindi l’inizio di un massacro senza esclusione di colpi.

Fischiatissimo a Cannes, stessa platea che due anni fa gli conferì il premio alla regia, Nicolas Winding Refn torna a fare coppia con Ryan Gosling, recuperando le sue origini degli esordi danesi.

Dimentichiamo solo per un attimo l’enorme successo di Drive e riprendiamo la trilogia di The Pusher, punto di partenza del regista. Tutti e tre i protagonisti della trilogia erano essenzialmente degli esseri umani alle prese con il traffico della droga, le cui disavventure non erano altro che riflessi delle loro paranoie e timori. Ogni personaggio, specialmente quelli femminili, erano proiezioni esterne pronte a tendere la gamba per fare inciampare i diversi protagonisti, tutti ugualmente perdenti; da queste condizioni prende corpo anche Julien, perso nei labirintici corridoi della sua psiche. Lavorando in una palestra di boxe è perennemente circondato da atleti o da statue di guerrieri, veri e propri modelli virili, cui vorrebbe somigliare, imitandone le pose. Chiunque si aspettasse di trovare il solito carattere eroico e affascinante interpretato da Gosling, si troverà davanti ad un antieroe impotente, o forse solo sessualmente represso, un malavitoso romantico e ragionevole. L’attore più desiderato di Hollywood viene letteralmente trasformato in una maschera di dolore e sconfitta, dimostrando così di non aver paura di scalfire la sua immagine pubblica e, seppur interpreti un personaggio simile ai precedenti, con quest’ultima prova attoriale dimostra coraggio nella scelta dei ruoli, entrando di diritto nella collezione di mostri refniana.

Un moderno Edipo stritolato tra la figura selvaggia del fratello Billy, che rappresenta quello che Julien vorrebbe essere, e sua madre, una Kristin Scott Thomas ossigenata e volgare, che non lo comprende, anzi non perde occasione per avvilirlo. Nel mezzo troviamo il poliziotto Chang, interpretato da Vithaya Pansringarm, costui rappresenta il giudizio divino, in termini freudiani è il super ego di Julien e sarà lui nel finale, una volta terminato il crudo massacro, ad attuare la castrazione/liberazione ai danni del protagonista.

Nonostante Solo Dio Perdona sia molto lontano dallo stile di Drive, possiamo ritracciare un filo rosso che lega strettamente le due pellicole. Drive prendeva spunto da una vicenda moderna per ricrearla con i contorni del mito o dell’epica, avevamo, infatti, l’eroe silenzioso e senza nome che dopo aver salvato la ragazza in pericolo, si mette alla guida, in viaggio verso un’altra avventura.

Solo Dio Perdona utilizza lo stesso procedimento, solo che questa volta la storia viene rielaborata nelle forme della tragedia classica, in questo senso va letta anche la sublimazione degli omicidi iniziali, che sono lasciati fuori scena, come da tradizione.

A ciò si aggiungono motivi tratti dal Macbeth di Shakespeare, come la scena delle mani insanguinate e figura della madre, che ricorda da vicino la mefistofelica Lady Macbeth.

Il confronto tra le due colonne sonore, entrambe composte da Cliff Martinez, rende molto bene quest’idea, laddove nel precedente film prevalevano sonorità ambient molto più trasognate, in questo invece l’atmosfera si fa più cupa e martellante, come in un incubo.

La critica ha spesso fatto notare la poca verosimiglianza del film ed effettivamente la recitazione di tutto il cast ha poco di naturalistico, in più capita anche di smarrire la bussola dello spazio e del tempo, fatto che non aiuta l’aderenza alla realtà.

only-god-forgives

 

Ciò che, però, non viene messo in rilievo è che questa è una scelta precisa del regista, in parte per allontanarsi dai canoni hollywoodiani e sostenere una forma più indipendente, ma anche per affermare la propria idea sul cinema. Semplificando ogni elemento superfluo, istituisce un dialogo audiovisivo con lo spettatore, che può accettare di perdersi e vivere l’estasi che ne deriva, come nel cinema di Lynch, oppure rifiutare in toto l’opera, poiché il nuovo è sempre oggetto di contestazioni radicali.

Inutile cercare quindi messaggi, etici o narrativi, il revenge movie viene svestito di ogni possibile allegoria, servendo solo per l’opportunità di portare avanti la propria riflessione sulla violenza.

Lungo tutta la sua carriera cinematografica, Refn ha sempre dipinto l’uomo come una macchina imperfetta, un ordigno sul punto di esplodere in atti aggressivi, qualificando così la violenza quasi come una funzione primaria dell’essere umano, addirittura paragonabile a una sorta di vocazione artistica.

In Solo Dio Perdona questo discorso sembra essere momentaneamente accantonato, o almeno non degnamente sviluppato, preferendo concedersi a un’estetica della violenza fine a se stessa, seppur incredibilmente affascinante.

Così la scena di torture nel night club ricorda vagamente Le Iene senza tuttavia l’ironia e il compiacimento tipici di Tarantino, mentre il combattimento tra Chang e

Julien, uno dei momenti più entusiasmanti del film, sembra preso in tutto e per tutto da un videogioco in stile picchiaduro.

Autore di un cinema controllato ai limiti del cerebralismo, per questo film si avvale anche dell’aiuto alla fotografia di Larry Smith, già collaboratore di Kubrick per

Eyes Wide Shut, che gioca sui cromatismi estremi senza però lasciare che lo sfondo assorba i personaggi.

Il montaggio straniante, l’uso puntuale ed esasperato della colonna sonora sono elementi che donano un’aurea di astrazione, quasi metafisica, che lo avvicina a molto cinema orientale.

Con Solo Dio Perdona, Refn affina maggiormente il suo personalissimo stile, consegnandoci una fiaba metropolitana che ci trascina nella sua dimensione onirica, dove il piacere della visione coincide con quello di perdersi in essa.

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