Pinocchio di Enzo D’Alò, tra arte e poesia spunta la fiaba

Pinocchio di Enzo D’Alò, da domani in sala. Con le musiche di Lucio Dalla e le voci di Rocco Papaleo e Paolo Ruffini

Nel mondo del cinema d’animazione le sfide sono sempre difficili, ma Enzo D’Alò le sue le ha vinte, aprendo una via tutta italiana in un settore della creatività dove sempre è netto il divario tra le superpotenze hollywoodiane e il resto del mondo. Eccezioni a parte. E D’Alò è tra queste, sin dal 1998 quando firmò “La Gabbianella e il Gatto”, con le musiche di David Rhodes della Real Word di Peter Gabriel. Il film fu record d’incassi nelle sale italiane con oltre un milione e mezzo di spettatori e una valanga di premi internazionali.

Ma torniamo all’oggi e a quel Pinocchio che, dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia e un’anteprima a Bologna nelle settimane scorse, omaggio a Lucio Dalla che ha composto le musiche e dato la sua voce al personaggio del Pescatore Verde, arriva finalmente in sala distribuito da Lucky Red. Una festa, rispettoso della storia originale, quella di Carlo Collodi che non manca di personaggi cupi e “spaventosi”, il film ha il suo punto di forza nella magnifica matita di Lorenzo Mattotti, bresciano trapiantato in Francia che ha dato alle ambientazioni e ai personaggi, una morbidezza che ne accresce la poesia. “Ho cercato di aprire una strada al cartone animato europeo. – dice Mattiotti –  Volevo liberare gli occhi degli spettatori dall’immaginario americano o giapponese. E per arrivare al mio obiettivo, mi sono immerso nelle nostre radici e nei nostri paesaggi, facendo riferimento alla spazialità e ai segni grafici della tradizione pittorica italiana. Gli spettatori potranno ritrovare Giotto, il Beato Angelico passando per le vedute dei paesaggisti dell’Ottocento fino ad arrivare alla pittura metafisica di De Chirico e a quella pop di David Hockney”.

Questo Pinocchio ha il volto tondo e lo sguardo furbo, un ciuffo ribelle di capelli neri, orecchie un po’a sventola, naso lungo di rigore. Dal primo Pinocchio ufficiale, quello firmato da Enrico Mazzanti nel 1883, dei burattini collodiani è piena la storia dell’illustrazione, del cinema, della tv; da Comencini a Benigni passando per Spielberg che, su progetto di Kubric, nel 2001 a Pinocchio s’è ispirato per la storia del bambino androide “A.L” e, nel 1940  l’irruzione di  Walt Disney che vestì il toscanissimo Pinocchio con un costume altoatesino e poi come dimenticare Lele Luzzati, Enrico Baj e Jacovitti… la lista è ancora lunga ma torniamo a D’Alò, con la domanda che a questo punto è irrinunciabile. Cosa ha spinto il regista a percorrere il terreno scivoloso di uno dei personaggi più rappresentati d’ogni tempo?

E dopo aver preso e ripreso più volte la sceneggiatura, D’Alò spiega come la sua rilettura sia nata da un’esigenza intima:  “Alle tante metafore contenute nel testo mi mancava il collegamento e soprattutto la motivazione iniziale dell’autore. Poi il mio babbo ci ha lasciati, una notte di novembre del 2003. Ho cercato di approfondire i perché di un dialogo spesso sempre superficiale, avevo bisogno di capire e giustificare il mio atteggiamento di figlio “non ubbidiente”. Ma anche di comprendere che cosa avesse prodotto le sue aspettative nei miei confronti, da me sovente disattese… La memoria di mio padre, il suo rifugiarsi in certezze perdute e lontane, ritrovarsi in una foto di guerra, cercare in noi figli, in me, la possibilità di rivivere di ciò che aveva vissuto ma anche (soprattutto?) di ciò che non aveva vissuto, perduto. Guardarsi nei miei occhi, con i miei occhi, mentre io, suo piccolo golem di ciccia, ero spietato nel sistematico sovvertimento delle sue aspirazioni, dotato di volontà propria, padre a mia volta di me stesso. Ho riletto il romanzo di Collodi sotto questa nuova luce. Mentre Geppetto costruisce Pinocchio, si rivede nel suo volto. Immagina ciò che Pinocchio vede quando lo guarda. Si accorge di trasformarsi nel padre di se stesso. Nel bambino-burattino rivede il suo passato e, anche, le aspettative perdute. Si emoziona. Ha nostalgia per le scelte che non ha mai fatto. Forse Geppetto costruisce Pinocchio nella speranza di non finirlo mai? Il suo obiettivo è il percorso, la fantasia interiore che scatena il processo di creazione: è il suo punto di vista di bambino perduto ad immaginarsi tutta la storia”.

Il film sarà in sala mentre l’Italia si accingerà a ricordare il primo anniversario della scomparsa di Lucio Dalla, che ha dato al Pinocchio di D’Alò una colonna sonora di grande spessore, ispirata direttamente dalla Cenerentola di Rossini, autore che amava molto: “È stato un lavoro di passione ed esperienza durato tre anni, durante i quali, man mano che si sviluppava e prendeva corpo il film, le sue musiche si adattavano e traevano ispirazione, crescevano insieme. – spiega D’Alò – Questa colonna sonora è ricca ed elaborata, poetica e raffinata ma allo stesso tempo rock popolare e contaminata, hip hop, charleston e R&B, come deve essere la musica di un film rivolto ad un pubblico eterogeneo. E la presenza di Lucio, musicista eclettico e appassionato, si percepisce anche nei suoi assoli di clarinetto, o nel suo skat serrato della canzone piena di ritmo e allegria scoppiettante che descrive il Paese dei Balocchi. Alla fine di febbraio, poco prima che Lucio iniziasse la sua tournée, decidemmo di finire le ultime registrazioni e assemblare il lavoro poiché, al ritorno dal suo tour, io sarei stato ormai impegnato al missaggio. Fu così che registrammo le canzoni con Nada, Leda Battisti, Marco Alemanno e, proprio l’ultimo giorno, il suo doppiaggio del Pescatore Verde e le due canzoni da lui cantate”. Dalla non sarebbe riuscito a vedere l’opera finita.

Segnalare la sinossi sembra quasi superfluo, il film, si diceva prima, rispetta il testo collodiano, e le avventure del burattino e del suo sfortunato padre seguono il percorso che tutti hanno in mente: la costruzione e la fuga di Pinocchio, l’arresto di Geppetto, il ritorno del burattino e l’insopportabile morale del Grillo parlante; ci sono Mangiafuoco e il Gatto e la Volpe, Lucignolo, il pescecane che inghiotte Geppetto, c’è un bella serie di personaggi collaterali in altre edizioni a volte trascurati (vedi il Pescatore) e c’è la fata Turchina, che, anche questa volta, solo alla fine deciderà di trasformare definitivamente il burattino di legno in un bambino in carne ed ossa. (g.m)

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