No Place on Earth, la storia di 38 ebrei sopravvissuti al nazismo in una grotta

No Place on Earth, un documentario che riporta alla luce una straordinaria e sconosciuta storia di guerra e sopravvivenza

La Seconda Guerra mondiale è costellata di episodi sconosciuti e assolutamente straordinari. Storie che il tempo per imperscrutabili ragioni lascia emergere decenni dopo, quando tanti di quei protagonisti non ci sono più e la loro testimonianza resta magari affidata ai ricordi di seconda mano. La storia che No place on Earth (In nessun luogo sulla Terra), il film di Janet Tobias che ha partecipato all’International Documentary Festival Amsterdam (IDFA) è destinata a diventare solo dopo oltre 70 anni patrimonio comune. E’ la storia di 38 ebrei tra i 2 ed i 76 anni che per 511 giorni sono sopravvissuti alla crudeltà nazista nascondendosi in un complesso di grotte sotterranee nell’Ucraina dell’Ovest. Una storia di resistenza umana riportata alla luce da Chris Nicola, un ex ufficiale di Stato di New York.

Tutto comincia nel 1993, quando Nicola con un amico speleologo ucraino si reca in esplorazione nella grotta cosiddetta “del Cura” (Grotta del Prete), lì casualmente inciampa in una serie di oggetti che parevano dimostrare come qualcuno avesse abitato quei luoghi: “Ho cominciato a vedere i pezzi di scarpe, ceramiche, pareti scavate per evitare gocciolamenti … Qualcuno aveva vissuto lì per un lungo periodo di tempo.” Incuriosito, il newyorchese comincia la sua indagine chiedendo alla gente del luogo, ma nessuno sembrava saperne nulla, poteva trattarsi di oggetti di partigiani, ma in definitiva Nicola trovava in quelle zone una certa ritrosia a parlare. Poi, nel 2002 tutto si svela, il parente di un sopravvissuto lo contatta; è il nipote di Sam Stermer, classe 1926, uno dei protagonisti di quella avventura tragica che due donne hanno poi contribuito a salvare mettendola per iscritto in una sorta di diario inedito in ebraico.

Tutto inizia nel 1941 con il raid dell’esercito tedesco tra la Polonia orientale e l’Ucraina occidentale; si rastrellano ebrei, i treni della morte partono verso i campi di concentramento con il loro carico di dolore. Ma c’è chi sfugge, chi alla corsa verso un’ignota morte cerca riparo dove può. Come ha raccontato la superstite Sonia Dodyk (classe 1933), fu la matriarca della famiglia a spingerli a nascondersi nella grotta Verteba, vicino alla città di Bilche Zolote, 510 chilometri a sud ovest di Kiev. Vi entrarono 28 persone e ne fecero la loro casa fino al mese di ottobre 1942. La vita era dura, ma il riparo era caldo. I fuggiaschi dormivano di giorno, se ne stavano nei loro giacigli anche 15 ore per poi uscire di notte con la luna bassa, a procurarsi cibo e legna. Col tempo il numero dei rifugiati sale a 38, ma il pericolo cresce, la zona è piena di collaborazionisti. La crudeltà tocca l’apice quando qualcuno interra l’ingresso della grotta seppellendo il suo carico umano. Ma loro non si danno per vinti, scavano per tre giorni, trovano una nuova uscita e quindi una nuova grotta dove rifugiarsi.  Vi rimarranno sino al 12 aprile 1944 quando vengono liberati dalle truppe sovietiche, ne escono con gli abiti laceri, accecati da un sole che alcuni bambini avevano dimenticato esistere. Nonostante tutte le avversità, erano sopravvissuti anche se per quattro di loro furono poi massacrati da alcuni locali che mai avevano cessato di dare loro la caccia. 67 anni dopo, Chris Nicola ha portato quattro dei sopravvissuti in Ucraina per dire comunque grazie a “la grotta”. (a.d)

 

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