Massimo Troisi nel ricordo di Michael Radford. A Londra l’omaggio a Il Postino

Il festival del cinema italiano in corso al Riverside Studios di Londra, il 6 aprile renderà omaggio a Massimo Troisi con la proiezione de Il […]

Il festival del cinema italiano in corso al Riverside Studios di Londra, il 6 aprile renderà omaggio a Massimo Troisi con la
proiezione de Il Postino, l’ultimo suo film. Ci sarà anche il regista, Michael Radford a dialogare col pubblico, parlerà del film e di quella stella che è scomparsa troppo presto, dodici ore dopo l’ultimo ciak. Redford ha ricordato Massimo Troisi in un breve ma intenso articolo sul quotidiano inglese The Guardian, un racconto commosso ma “asciutto”, il resoconto di un’amicizia dal
quale riprendiamo qualche brano, rimandando per la lettura completa all’originale.

Sono passati quasi 17 anni dalla morte di Massimo Troisi, la stella del mio film Il Postino, eppure egli è come presente
nella mia vita come era quando viveva. Non c’era nulla di apertamente napoletano di lui, tranne che il suo accento, che era così fitto, mi ci sono voluti mesi per capire
”.  Poi Radford parla della malattia che ha segnato Troisi per tutta la vita. La febbre
reumatica – la malattia dei poveri – presa da bambino, la conseguente sofferenza cardiaca, poi l’intervento chirurgico a 19 anni e la consapevolezza che prima o poi avrebbe avuto bisogno di un cuore nuovo  “Sopportò senza lamentarsi. – dice –  Ma gli diede una profondità tale ad una giovane età, che ha dato al suo umorismo un significato reale. Ho avuto modo di conoscerlo quando ho fatto il mio primo film, Another Time, Another Place, che parlava di tre prigionieri di guerra italiani in Scozia.
Avevo visto il suo primo film Ricomincio da Tre, al festival di Londra e fui subito colpito dal suo humour. Gli chiesi essere nel film, e lui rifiutò dicendo che la Scozia era troppo fredda. Quando il film uscì, mi chiamò e mi disse che era il suo film preferito, mi chiese se mi sarebbe piaciuto collaborare ad un film a Napoli. Gli risposi che Napoli era troppo calda. Siamo diventati amici, e per otto anni ci siamo incontrati una o due volte all’anno per discutere i vari progetti – come si fa in questo settore, senza molte speranze
di trovare qualcosa
”.

Ma poi qualcosa trovano, il romanzo del cileno Antonio Skarmeta dal quale è tratto Il Postino, i due vanno a Los Angeles per scrivere l’adattamento, per tre settimane fanno sosta allo Shutters Hotel di Santa Monica “Massimo voleva essere da qualche parte dove
la gente non lo riconoscesse
”. Ma c’era un altro motivo ad aver portato Troisi in America, la necessità di un controllo medico a Houston. “Così sono tornato a Napoli. E lì ho aspettato e aspettato. Ho scoperto poi che gli era stato detto che il suo cuore
aveva le dimensioni di un pallone da calcio
”. Troisi aveva bisogno di un cuore nuovo, ma come ricorda Radford, aveva chiesto un intervento temporaneo al fine di stabilizzare la sua condizione e continuare con il film “I medici furono d’accordo, e quando è
tornato, sembrava stare bene. Ma non era così. Il terzo giorno di riprese, è svenuto. Andò a stare con sua sorella, e sembrava che il film fosse finito. Tre giorni dopo mi ha chiamato. […] Sapevo che voleva che fossi io a decidere se dovesse rischiare la propria vita.
Il mio cuore diceva sì, la mia testa no. Stavo firmando la sua condanna a morte? Non lo sapevo. Ma sapevo che era sensazionale
”.

 

Al termine delle riprese Massimo Troisi sarebbe dovuto ripartire per gli States e sottoporsi a trapianto e qui Radford ricorda
un dettaglio che meglio d’ogni altra cosa spiega del rapporto simbiotico dell’uomo con la sua professione. “Sai, io non
voglio davvero questo cuore nuovo. Sai perché? Perché il cuore è il centro delle emozioni, e un attore è un uomo di emozione Che tipo di attore diventerò con il cuore di qualcun altro che batte dentro di me?

La storia la conosciamo, Massimo Troisi non riuscì a fare l’intervento. Il regista seppe della sua morte alla radio il giorno successivo. “Molte persone pensano che il film finisce con la morte del personaggio principale, perché Massimo era morto. Non era vero. È così che abbiamo scritto. E quando Mario Cecchi Gori, il produttore, chiese se termina con una morte non fosse troppo deprimente,
Massimo rispose “.. No, Mario perché non c’è morte nei film
E aveva ragione”.

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