La vita di Adele di Abdellatif Kechiche

La palma d’oro a Cannes è un inno alla vita e all’amore, uno stupendo “film di formazione”

Per sapere riconoscere il nuovo, una delle qualità indispensabili nel campo della critica è il coraggio.

In tutti gli ambiti, che siano artistici, politici, culturali, la novità o meglio la diversità, la voce fuori dal coro, l’opera o la persona capace di trasmettere un messaggio che cambi la nostra visione del mondo, è spesso messa ai margini o ridicolizzata, nel tentativo di disinnescarne la carica eversiva. Spesso quindi viene dimenticata dai più o peggio riscoperta tardivamente, quando ormai la sua spinta propulsiva assume il sapore di un amaro anacronismo.

Sotto quest’aspetto La vita di Adele di Abdellatif Kechiche è il film più temerario degli ultimi anni.

C’è voluta sicuramente una gran dose di coraggio da parte del regista nel realizzare questo film, non meno sicuramente di quanto ne hanno avuto le due protagoniste, Adèle Exarchopoulos e Lèa Seydoux, che si immergono completamente, anima e (soprattutto) corpo, in questa storia d’amore al contempo tenera, tragica e totale.

Ma il coraggio maggiore, unito a una grandissima lungimiranza, l’ha avuto la giuria di Cannes 2013, presieduta da Steven Spielberg.

Proprio nei giorni in cui in Francia si svolgeva un’enorme manifestazione in onore dei diritti degli omosessuali, premiare, con il massimo riconoscimento nel cinema, un’opera che contiene prolungate ed esplicite scene di sesso tra due donne è un sonoro schiaffo in faccia ad ogni benpensante e giornalista in cerca di scandali.

L’accortezza dei giudici di Cannes sta anche nel fatto di aver riconosciuto il triplice merito di regista e principali interpreti, premiandoli tutti, poiché sono uno e trino, impossibile capire dove finisce il lavoro di uno e dove inizia quello dell’altro, in quanto tutti e tre respirano e vivono in sincronia perfetta.

Liberamente tratto da Il Blu è il colore più caldo di Julie Maroh, Kechiche rimodella la storia cambiando nomi, intenti e collocazione temporale, creando un ibrido tra il fumetto e La vita di Marianne di Marivaux, che funge apertamente da sotto-testo e influisce sul cambio di titolo.

Adele è una ragazza di quindici anni che si sveglia presto la mattina, ma deve comunque correre per prendere il bus per andare a scuola. Sotto l’insistente pressione delle sue amiche, accetta di vedersi con Thomas, un ragazzo dell’ultimo anno, che sembra aver perso la testa per lei. Mentre attraversa la strada per raggiungere il luogo dell’appuntamento in un assolato pomeriggio, incrocia lo sguardo con una misteriosa ragazza dai capelli blu.

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Subito si innesca il cortocircuito nella mente e nei sensi di Adele, magistralmente reso dagli impazziti movimenti di camera. Come la Marianne di Marivaux, Adele è stata vittima di un colpo di fulmine, repentino ed improvviso, che fa vagare il suo sguardo in ogni direzione in cerca di quel qualcosa che viene avvertito fin da subito come mancanza. Quella stessa notte, nell’unica scena onirica del film, sognerà quella ragazza, che come un animale si avvinghia al suo corpo provocandole un orgasmo. Da questo momento inizia la ricerca della sua identità come donna attraverso la liberazione dei suoi desideri, che assume i connotati di un vero e proprio bildungsroman.

La vita di Adele

La vita di Adele

La pellicola ruota principalmente intorno al tema dell’amore come mancanza, di sé e dell’altro, di cui le tre ideali sezioni del film ne sono specchio ed esemplificazione.

Nella prima parte Adele è un’adolescente come tante, la società e le amiche (che in linea di massima rappresentano lo stesso pensiero) le dicono cosa deve fare e come deve essere, si sente pienamente inserita nel tutto, ma non avverte che è dentro di sé che manca un tassello. Il fugace scambio di sguardi con Emma, la ragazza dai capelli blu, le fa immediatamente percepire che non può essere parte del tutto se non è una parte completa, da qui il senso di smarrimento che prova in mezzo alla strada e che noi realmente percepiamo. Inizia quindi la ricerca di quella parte di sé, indispensabile per essere un individuo, più specificatamente una donna. La vicinanza di Emma la aiuta a capire se stessa e i suoi desideri, riempiendo quel vuoto e colmandone anche un altro. Ogni individuo è una metà e solo il contatto con l’altro ci permette di essere completi. Adele sperimenta quindi l’amore come pienezza nella seconda sezione dell’opera, junghiana unione della sua Anima con l’Animus di Emma. Tra le due ragazze s’instaura subito un’affinità elettiva, che va ben oltre il piano concettuale per affermarsi pienamente sul versante fisico e sessuale.

Intanto il tempo passa. Se tramite i primi e primissimi piani dei volti, Kechiche ci mostra l’aspetto più intimo e sentimentale delle sue protagoniste (“la misteriosa debolezza del volto umano” direbbe Sartre), arrivando quasi a violare la più recondita privacy, tanto che alla fine del film potremmo quasi dire di conoscere Adele, attraverso il corpo della protagonista, che passa da quello più rotondo e in carne dell’adolescenza fino a uno più slanciato ed esile della maturità, noi percepiamo il fluire della vita.

Nella terza parte, quindi, Adele conosce la mancanza dell’altro, l’essere metà completa, ma tutto incompleto, che la spinge a cercare nelle avance del suo collega di lavoro quell’unione che si stava affievolendo. Ma questa disperata richiesta di attenzioni produce l’effetto opposto, perdendo Emma in maniera irreparabile.

La decisione di cambiare il titolo del fumetto appare pienamente giustificata, sia per il riferimento meta-testuale a Marivaux sia perché effettivamente quella che vediamo sullo schermo è la Vita di Adele. Tuttavia Kechiche non dimentica che il blu è il colore più caldo; ecco che allora fin dal fatale incontro delle due ragazze, il colore blu diventa persistente in ogni inquadratura, che viene elevato a mood, simbolo, esemplificazione della loro storia d’amore. Le pareti, le lenzuola, gli abiti, tutto è permeato dal colore in questione.
Durante un momento di massima mancanza dell’amore perduto, la stessa Adele s’immerge in un mare azzurrissimo dai riflessi dorati, lasciandosi trasportare delle onde e dalla nostalgia, mentre il caldo abbraccio dell’acqua la sommerge letteralmente.

Certamente questo film esprime il suo sostegno in favore della libertà di espressione e di amare, sicuramente (e giustamente) diverrà una bandiera che donne e uomini omossessuali sventoleranno orgogliosi, ma il sentimento celebrato è qualcosa di più, un amore che sfugge alle catalogazioni (giusto o sbagliato, eterosessuale o omossessuale ecc.), per elevarsi a sostanza astratta, pura, incontaminata da accidenti materiali o etici, come fosse un colore che non aderisce a nessun oggetto, ma può essere pensato e visto in sé.

A differenza delle parole, il grande pregio delle immagini è quello di persistere maggiormente nella memoria, una volta visto, questo film aderisce alla cute e riesce a stimolare i sensi a ogni suo ricordo, come fosse parte del nostro stesso vissuto.

Con la vita di Adele, Kechiche raggiunge un realismo perfetto, che oltrepassa il semplice resoconto di fatti, riuscendo a catturare la realtà, la vita stessa e il suo constante fluire. (f.p.)

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