La rockstar triste di Paolo Sorrentino arriva in sala

Con Il divo, interpretato da un sontuoso Toni Servillo, Paolo Sorrentino lo aveva affermato, e adesso lo ribadisce, non sono tanto le storie a fare […]

Con Il divo, interpretato da un sontuoso Toni Servillo, Paolo Sorrentino lo aveva affermato, e adesso lo ribadisce, non sono tanto le storie a fare i film ma i personaggi, se volete le persone, o se volete ancora, l’umanità. Certo non è dato incontrare tutti i giorni un’ex rockstar dall’animo malinconico celato dietro un’immutabile maschera di scena, coi suoi capelli cotonati, il rossetto, gli occhi bistrati; non è usuale rintracciare in un cinquantenne forzatamente al capolinea i tratti di poetica gentilezza che Sorrentino gli ha regalato e Sean Penn ha fatto brillare  nel suo formidabile Cheyenne, il protagonista di This must be the place.

Dopo la delusione di Cannes e con un posto già quasi prenotato nelle categorie che contano agli 84mi premi Oscar – su tutte la corsa al miglior film –  l’opera di Paolo Sorrentino finalmente sarà nelle sale italiane a partire da venerdì prossimo, 14 ottobre. Accompagnato dai plausi di tanta critica, il primo film americano del regista partenopeo, è un’operazione costosa: 30 milioni di euro (produttori principali sono Indigo, Lucky Red, Medusa, Intesa San Paolo) ma tranne che in Cina è già stato venduto in tutto il mondo.

“Volevo prendermi una vacanza dai fatti italiani”, dice Sorrentino a spiegare il respiro internazionale di un film che di temi ne intreccia molti e che appare anche come un omaggio alla sua generazione, di quelli a metà strada tra i 40 ed i 50. Generazione che alle medie ha letto il Diario di Anna Frank e non lo ha mai dimenticato, che ha superato l’adolescenza col rock degli anni ’80 e ha viaggiato lungo le strade d’America facendo scorpacciate di road movie.

E c’è lui: Cheyenne, ebreo, cinquantenne, ex rock star di musica goth che conduce una vita più che benestante a Dublino. Annoiato, forse leggermente depresso ha sempre tenuto in un cassetto la difficile relazione con quel cattivo padre che è il punto focale dell’intero film. La morte del genitore travolge come un’onda anomala la vita di Cheyenne, che ritorna a New York e scopre che gli ultimi 30 anni sono stati spesi dal genitore a cercare ossessivamente un criminale nazista, che fu il suo aguzzino durante la prigionia in un lager. Accompagnato da un’inesorabile lentezza e da nessuna dote da investigatore, Cheyenne decide, contro ogni logica, di proseguire le ricerche del padre. Attraverserà così gli Stati Uniti alla caccia di un novantenne tedesco probabilmente morto di vecchiaia.

Prima d’ogni altra cosa è un film sul rapporto padre figlio, ha più volte precisare l’autore, laddove l’Olocausto è solo un “motivo” di partenza, uno spunto. E’ stato definito anche “film di formazione”, una formazione ritardata, ma Cheyenne d’altronde ha molto del bambino, a cominciare dall’irresolutezza di quel ruolo di figlio rimasta a lungo congelata.

Nella seconda parte, This must be to place diventa un road movie, e qui si apre la sfida più delicata per l’autore che dovrà, inevitabilmente, confrontarsi in America con gli inventori stessi del genere. Ci piace pensare che l’innocenza di Cheyenne sia un po’ metafora dello sguardo stupito con il quale dalla vecchia Europa mediterranea intere generazioni hanno sognato al cinema l’immensità dei paesaggi americani. E per raccontarla serviva un figlio di quel sogno.

Nota finale dedicata alle illustri partecipazioni, a partire dai Talking Heads la cui canzone dà il titolo al film e dal loro leader; David Byrne, che ha scritto la colonna sonora che si propone con un cameo, Frances Mc Dormand interpreta la moglie di Cheyenne, mentre Eve Hewson, nel ruolo dell’amica 16enne, è la figlia di Bono Vox.



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