La recensione. Giorgio Diritti, “Un giorno devi andare”

Al cinema da giovedì Un giorno devi andare, l’ultima toccante storia di Giorgio Diritti

Quando nel 2006 uscì Il vento fa il suo giro, per l’allievo di Ermanno Olmi e già collaboratore di Pupi Avati, Giorgio Diritti, si spalancarono le porte della notorietà e della stima del pubblico, che scoprì questo piccolo gioiello, distribuito in pochissime copie, unicamente grazie al passaparola. L’Italia della commedia imperante aveva trovato un regista capace di altissime punte di lirismo, cosa che somiglia ancora oggi a un miracolo. Il film ha poi partecipato ad oltre 60 festival nazionali ed internazionali, vincendo oltre 36 premi. Ha ricevuto 5 candidature ai David di Donatello 2008 e 4 candidature ai Nastri D’argento 2008, ed è diventato un vero e proprio “caso nazionale” restando in programmazione al Cinema Mexico di Milano per più di un anno e mezzo. Poi Diritti ha confermato il suo talento nel 2010, quando esce dal Festival di Roma con un premio del pubblico ed una serie di altri riconoscimenti per L’uomo che verrà, altra storia d’intensità estrema.

Oggi lo ritroviamo in sala con un film non meno coraggioso dei precedenti (forse di più), un film che parla di anime e dà voce ai silenzi, lasciando che la natura dell’Amazzonia entri nello schermo in tutta la sua pienezza e con essa le contraddizioni di un mondo che ha smesso da tempo di essere un paradiso. Un film dove il concetto di cinema come spettacolo va assolutamente rivisto, dove la storia quasi diventa cornice all’interno della quale emergono elementi molto più forti: il pensiero, e la ricerca dell’essenza stessa della vita. Per questo è un film dal quale lasciarsi trascinare e sul quale riflettere, ma dopo la visione.

Un giorno devi andare, da giovedì al cinema, vede protagonista Jasmine Trinca.  E’ lei Augusta, la giovane donna che, spinta da dolorose vicende familiari, vicende che man mano si scoprono con l’incedere del film, mette in discussione le sue certezze e, su una piccola barca e nell’immensità della natura amazzonica inizia un viaggio accompagnando suor Franca (Pia Engleberth) nella sua missione presso i villaggi indios. Ma anche in questa terra remota scopre i tentativi di conquista del mondo occidentale.

Augusta decide così di proseguire il suo percorso lasciando la comunità italiana per andare a Manaus, dove vive in una favela. Qui, nell’incontro con la gente semplice del luogo, torna a percepire la forza atavica dell’istinto di vita, intraprendendo il “suo” viaggio fino ad isolarsi nella foresta, accogliendo il dolore e riscoprendo l’amore, nel corpo e nell’anima. In una dimensione in cui la natura assume un senso profetico, scandisce nuovi tempi e stabilisce priorità essenziali, Augusta affronta l’avventura della ricerca di se stessa, incarnando la questione universale del senso dell’esistenza umana. Senso che Augusta ritroverà, alla fine, nel sorriso di un bambino.

 

Diritti racconta che a ispiralo  è stato Augusto Gianola, missionario del Pime vissuto in Amazzonia per più di trent’anni. “Un uomo alla ricerca di Dio, un sacerdote che si spogliò del ruolo pastorale per calarsi in una condivisione umana con le persone più semplici e umili. La sua biografia, le sue lettere e l’esperienza diretta di incontro con altre persone in Amazzonia sono l’incipit di questo progetto filmico. In quell’ambiente dove si dilatano i tempi, dove la natura richiama forte il senso di precarietà della condizione umana rispetto alla vastità dell’universo, il pensiero sul chi siamo, da dove veniamo e cosa facciamo sulla terra, diventa naturalmente parte del quotidiano, soprattutto nei lunghi spostamenti sul fiume dove la sospensione sull’acqua diventa affine alla sospensione del pensiero”.

 E in questo contesto primordiale, dove la vita (quella degli uomini ma anche quella delle piante e degli animali) ti richiama in continuazione all’essenza delle cose,  la contraddizione con l’Occidente e il nostro concetto di felicità legato al possesso diventa stridente e ne paga le spese anche  “la nostra interiorità, spesso assoggettata a ritmi di vita innaturali, dove l’esterno è fortemente invadente. – prosegue Diritti – E la crisi economico‐sociale di oggi ci costringe a prendere atto che molti schemi sono saltati, che molte certezze si sono rivelate effimere”. Al fine Diritti indaga sulla possibilità per l’individuo di trovare nel bel mezzo di una profonda e dolora crisi intima l’occasione per mettersi in discussione e dunque rinascere a nuove possibilità e in dimensioni di maggiore autenticità. “E in questo senso, la storia di uno è in realtà la vicenda umana di tutti, universale”, conclude il regista.

(g.m)

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