La recensione. “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, di Giacomo Campiotti

“Bianca come il latte, rossa come il sangue”, il film di Giacomo Campiotti tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro D’Avenia, sarà giovedì in sala

Colpa di Shakespeare se dopo Giulietta e Romeo ogni storia che riguardasse sedicenni è sembrata banale, e colpa di Federico Moccia se sulla banalità degli incolpevoli adolescenti, che data l’età hanno relativamente poco da dire, si sono costruiti interi castelli di nulla. Ma c’è sempre rimedio, come ci ha raccontato qualche tempo fa il fenomeno Alessandro D’Avenia, il professore che scrive un libro e lo fa leggere – per approvazione – alla classe di liceali ai quali insegna, e questo poi diventa un successo letterario, una sorta di nuova Bibbia generazionale com’è di fatto Bianca come il latte, rossa come il sangue (Mondadori 2010). Ritratto di una generazione sensibile, dove quella superficialità che è diventata il marchio vert Bianca come il latte SACdi fabbrica di Moccia non esiste più. Esiste la leggerezza, certo, il tratteggio degli anni più scanzonati che la vita ci regali, ma la vita esige i suoi pagamenti, a qualsiasi età, e questo D’Avenia non lo dimentica. Ed è così anche nella sceneggiatura che ha scritto per il film omonimo di Giacomo Campiotti, in uscita giovedì 4 aprile nelle sale italiane. 

Un bel film nel quale anche la scelta stilistica (tecnica di ripresa, fotografia, costumi) tende a rimarcare la levità di quegli anni, sempre in bilico tra gioia e mutevolezza, tra la sete di futuro e la paura di ritrovarsi inadeguati nel mezzo dell’età adulta. E dire che a tenere le fila del racconto è la morte, o la straziante ricerca di vita, impersonata da un donatore di midollo osseo; quello che permetterebbe alla liceale Beatrice (Gaia Weiss) di sconfiggere la sua malattia. E se nella prima parte il film fila tra presentazioni (forse inopportune) e le tinte chiare dell’allegria, è nel secondo tempo, quando il dramma si palesa, che raggiunge i suoi momenti migliori, rimarcando, appunto, quella straordinaria alternanza di lacrime e risa che è il simbolo stesso dell’età. Simbolo incarnato dall’esuberante e positivo Leo, impersonato da un ottimo Filippo Scicchitano che al suo terzo film non sembra ormai più avere bisogno di conferme, mentre Luca Argentero, che interpreta il prof. d’Italiano (D’Avenia) è il docente che tutte le ragazzine vorrebbero avere.  Nota anche per i Modà, che con “Se si potesse non morire” riescono a costruire il perfetto commento emotivo alla storia.  Una storia che ci fa interrogare su Dio e sull’ineluttabilità, restituendo dignità al tanto bistrattato e frainteso punto di vista giovanile.

Spiega il regista: “Ho cercato di usare il linguaggio dei ragazzi, i loro ritmi bruschi e spezzati, e improvvisamente delicati e dolcissimi. Giorni che volano via inafferrabili e istanti infiniti conficcati nella carne. Ho cercato di dare agilità e freschezza alla macchina da presa, al montaggio e alle musiche. Non è un film oggettivo. Tutto è visto dagli occhi di Leo. Gli spazi e i luoghi della città dove si svolge la storia non sono realistici ma sono colorati e trasfigurati dal filtro emotivo del momento che Leo vive. Ho lavorato soprattutto per preservare e cogliere la sua emozione. Ho cercato di raccontare come corre sotto la pelle e a volte anche sopra.  Dalla vetta del mondo al baratro più profondo. Senza passare dal mezzo.  A sedici anni il tiepido non esiste. Ho cercato di realizzare un film che faccia sorridere ma anche pensare e commuovere. Un difficile equilibrio sul filo del rasoio. Parlare di valori, senza retorica. Raccontare un dolore ma avere un film pieno di vita”.

SINOSSI: Leo ha sedici anni, per lui la vita  ha solo due colori: il Bianco e il Rosso. Non si pettina mai, gioca a calcetto, ascolta musica a tutto volume, così non si pensa. Detesta fare i compiti ma se ne frega perché sa che li copierà. La scuola è bella ma solo al pomeriggio, quando i prof. non ci sono. Il Bianco è il vuoto assoluto, il silenzio, la noia e fa paura. Da evitare. Il Rosso è il sangue che pulsa nelle vene prima di una partita, è il colore dei capelli di Beatrice, la ragazza dei suoi sogni. Da rincorrere. Farebbe qualunque cosa per lei perché è innamorato, innamorato pazzo di Beatrice.  Anche se lei ancora non lo sa. Quando finalmente trova il coraggio di avvicinarsi alla ragazza, scopre che Beatrice sta attraversando un grande dolore. Di fronte alla sua sofferenza, Leo si trova a crescere e fare delle scelte intorno al suo mondo che lo guarda e lo incoraggia:  i genitori, i compagni,  un professore  davvero “speciale”.E poi c’è Silvia, l’amica di sempre, la confidente fedele di ogni suo segreto…” (g.m)

 

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