La grande bellezza di Paolo Sorrentino

Dopo il mezzo passo falso americano, Sorrentino torna in patria sulle orme di Fellini

Sullo sfondo di una Roma da cartolina assistiamo a una parata di dame dell’alta società, ex soubrette, scrittori, artisti, attori, criminali, alti prelati, nobili decaduti e intellettuali che si agitano e si disperano nel tentativo di restare a galla.
Tutto questo accade sotto lo sguardo disincantato e dolente di Jep Gambardella, 65enne scrittore e giornalista, che ci conduce per i gironi danteschi della società italiana.

Fresco di proiezione a Cannes, dove è stato largamente osannato, La grande bellezza, nuovo film di Paolo Sorrentino, esce anche in Italia, ottenendo invece un’accoglienza piuttosto tiepida.
Già dall’incipit il regista mette in chiaro le coordinate stilistiche dell’opera, la contrapposizione tra sacro e profano. Un coro di voci femminili accompagna un gruppo di turisti giapponesi alla scoperta delle bellezze di Roma, finché uno di loro cade a terra privo di sensi, probabilmente colto dalla sindrome di Stendhal.
A quest’immagine quasi ieratica della città eterna fa immediatamente da contrappasso la festa organizzata per i sessantacinque anni di Jep. Precipitiamo dunque in un inferno in terra, pieno di casi umani che si dimenano a ritmo di discoteca e al centro, a dirigere le danze, troviamo il festeggiato, il re dei mondani.
Fin da subito, dunque, la pellicola si muove su due binari, comunicanti ma in un certo senso dislocati temporalmente.

Sul primo binario troviamo Roma, i suoi monumenti, la sua bellezza senza tempo, cui si affiancano lo squallore del presente e la decadenza dei costumi della società italiana. Si riapre dunque il discorso iniziato con l’esordio L’uomo in più, che ha raggiunto picchi inquietanti con Il divo, per poi interrompersi parzialmente con This must be the place.
Quindi dopo il mezzo passo falso in America, Sorrentino torna a parlare dell’Italia, ma, come fanno i grandi autori, non si limita ad enunciare cosa non va nel bel paese, cerca invece di fare della condizione di Jep il paradigma di un umanità senza punti di riferimento. Lo stesso procedimento era stato attuato ne Il Divo; Andreotti, svestiti i panni del politico italiano (definizione limitata e circoscritta alla nostra società), diventa l’esempio dell’uomo di potere (accezione più ampia).
Puntiamo la nostra attenzione quindi su Jep Gamberdella, re dei mondani; arrivato a Roma all’età di ventisei anni, precipita fin da subito nel vortice della mondanità, nella disperata ricerca della grande bellezza.

Ha scritto un solo libro, L’apparato umano, molti anni addietro, che lo fece emergere tra la massa, ma come dice Stefania, interpretata da Galatea Ranzi, Roma è l’unica città in cui si è realizzato il marxismo, se eccelli in qualche ambito, sarai presto risospinto nell’aurea mediocritas.
Non riuscendo a trovare l’ispirazione per un secondo romanzo, finisce a intervistare una sfilza di artisti o presunti tali, affogando la sua impotenza creativa nei piaceri dell’alcool e delle donne.

paolosorrentino
Costruito come una Recherche proustiana, scorgiamo lati della personalità del protagonista e della crisi che lo affligge quasi casualmente, attraverso situazioni e dettagli che solo ad opera compiuta prendono senso.

Veniamo così a conoscenza che era innamorato quando scrisse il suo primo romanzo e che quella stessa donna, a cui era legato, adesso è morta.
Jep cercava la grande bellezza ma Suor Maria gli ricorda che anche le radici sono importanti, convincendolo a tornare a casa, alla ricerca del tempo e dell’amore perduto.
La nostalgia per un passato ormai cristallizzatosi nel tempo, altra costante del cinema di Sorrentino, si esplica nuovamente su due traiettorie; le occasioni sprecate che condizionano il presente e il glorioso passato di Roma confrontato con la decadenza attuale (qui, dialogo è prettamente sulla situazione italiana).

Roma però non è solo la città del Colosseo, ma nella storia (del cinema) recente è anche il luogo immortalato da Federico Fellini, cosicché i paragoni con La dolce vita si sprecano ancora prima di vedere il film.

Difatti La grande bellezza si pone come un suntuoso affresco dei giorni nostri così come lo fu la controversa opera di Fellini, ma sarebbe davvero limitativo considerare la pellicola come una sterile copia sessanta anni dopo.

Sorrentino tiene un occhio sul cinema d’autore italiano degli anni 60’, numerosi gli omaggi anche a Roma, 8½ e a La Notte di Antonioni, mentre l’altro lo punta in direzione dei nuovi maestri, Terence Malick e David Lynch, segno che forse la trasferta americana ha giovato al regista napoletano.
Il rischio di rimanere schiacciato da tanti rimandi è sempre dietro l’angolo, ma nei momenti migliori Sorrentino riesce a plasmare questo calderone di stili e influenze secondo la sua poetica.

Come La dolce vita, La grande bellezza è formato da diversi episodi, apparentemente slegati tra loro ma parti di un’unica commedia umana. Analizzare ogni sequenza sarebbe un’ardua impresa, perché vengono toccati gli argomenti più diversi e disparati: la nobiltà, l’arte, la chiesa e la cultura sono presi di mira da un feroce satira, tesa sì a metterne in luce le falsità, ma con anche la capacità di mostrare il rovescio della medaglia.

Opera ambiziosa, dell’eccesso e dell’eccessivo, il nuovo film di Sorrentino è destinato a dividere pubblico e critica, Italia ed estero, ma certamente resterà la performance di Toni Servillo, attore feticcio e doppio del regista, capace di passare dal comico al tragico con una naturalezza impressionante.

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