James Bond, i 50 anni di uno psicopatico

Da Cannes, che vi ha dedicato alcuni momenti speciali, a mamma Rai, che trasmette i film della serie, il mondo celebra i 50 anni di un pericoloso psicopatico: James Bond

Per meglio dire è il primo film dell’agente 007 che viene festeggiato, l’inizio di una fortunatissima e multimiliardaria franchise che in autunno culminerà col 23mo episodio della serie Skyfall, per la regia di Sam Mendes e Daniel Craig nel ruolo di 007.

Il Dr No (Licenza di Uccidere, in Italia) debuttò in prima mondiale a Londra il 5 ottobre del 1962 con protagonista un superbo Sean Connery e una straordinaria Ursula Andress nei panni – pochi ma elegantissimi – della Bond girl, era nato il mito.  Un mito che ha generato altri 22 film (il 24mo pare sia già in gestazione), e regalato adrenalina a milioni di fan che intanto sono invecchiati e diventati nonni, loro. Non l’eternamente giovane James, che ha fatto in tempo a passare dalla crisi petrolifera degli anni ’70 ad affrontare lo spettro dell’Aids e il terrorismo internazionale; è riuscito persino ad andare nello spazio (Moonraker. Operazione spazio1979). Lui, il soave killer in smoking, amante delle donne ma innamorato mai, castigatore dei cattivi e salvatore del mondo (attività nella quale si diletta dai luoghi più glamour del pianeta) nel frattempo continuava a sfidare la morte, trovando sul suo cammino insidie feroci, donne bellissime e fatali, ettolitri d’alcool, droghe, raffiche di mitra, trappole, voli senza paracadute, inseguimenti per cielo, terra e mare. Ne è sempre uscito vivo e pronto – dopo una doccia – a indossare l’impeccabile smoking, a sedurre l’ennesima bellissima, sempre nuova, sempre diversa; a tracannare un nuovo Martini vodka cocktail agitato (e non mescolato), a indossare la maschera fredda e rassicurante dell’onnipotenza. Non ci siamo, se non si trattasse di un personaggio di fantasia, l’eroe nato dalla penna di Ian Fleming sarebbe morto giovane e alquanto infelice. No? Questione di calcolo delle probabilità, e di psicologia.

Ci vorrebbe uno psicoterapeuta con la stessa tempra di Bond, James Bond, per portare un cliente così pieno di guai sul lettino. Vogliamo negare, ad esempio, che abbia problemi d’alcool? Nel solo film “Al servizio segreto di sua maestà” consuma ben 46 bevande alcooliche: tra cocktail Martini, vodka, champagne, vini, whisky scozzesi e bourbon. Bevande delle quali si serve normalmente, nel nuovo episodio, peraltro, per motivi di sponsorizzazione berrà anche birra. Allora non stupisca che definisca “fango” i drink non alcoolici e che attribuisca al tè la colpa della caduta dell’impero britannico.   Rimanendo nell’ambito delle dipendenze, in molti film (prima che diventasse politicamente scorretto mostrare troppe sigarette), James fumava tanto, tantissimo. 70 bionde al giorno, tante erano quelle che Fleming gli attribuiva (lui, lo scrittore, pare ne riuscisse a fumare anche 80). E non mancano gli episodi nei quali 007 per motivi funzionali o ricreativi, fa ricorso all’uso di droghe. Un esempio, in Moonraker consuma della benzedrina accompagnata da champagne, prima della sua partita di bridge con Sir Hugo Drax .

E del rapporto con le donne? Cosa c’è di sano in un uomo che ama le donne ma non se ne innamora, che ha un’intesa attività sessuale ma che non riesce a stabilire legami solidi. D’accordo, una volta s’è persino sposato, (Al servizio segreto di Sua Maestà) ma la signora Bond, alias Teresa “Tracy” di Vicenzo, è stata uccisa il giorno delle nozze. E certo la storia non sarebbe durata a lungo.

Facile dire che con quel tipo di lavoro è impossibile fare regolare vita di coppia, ma è proprio quel tipo di lavoro il problema. Qualunque persona normalmente sana e dotata dei regolari strumenti psicologici di auto-preservazione si sarebbe rifiutata di portare a termine anche decimo delle imprese ad altissimo rischio cui lui è stato chiamato.  Dopo essere sopravvissuto al primo film, chiunque avrebbe scelto piuttosto di andare a vendere aspirapolvere, ma lui no. Lui ogni volta gioca con la morte e, non avendo cura della sua vita tiene in nessun conto anche la vita altrui.

Cosa direbbe lo psicologo? Che James probabilmente non è riuscito ad interiorizzare l’oggetto d’amore nella sua interezza, e quindi lo cerca “a pezzi” in molte donne diverse; direbbe poi che non conosce le modalità auto – preservative, insomma che da bambino non ha imparato a non farsi del male quindi vive un certo disamore per sè; e direbbe che il suo attaccarsi alla bottiglia somiglia tanto all’atteggiamento del lattante con il biberon. Perché ci sono cose che si “apprendono” presto, molto presto e attraverso il rapporto con la madre. Pochi dubbi, lo psicologo direbbe che quell’uomo ha avuto molti problemi con la genitrice.Vero è che nei pochi accenni di vita privata che Fleming concede al personaggio, c’è il fatto che James rimane orfano dei genitori all’età di 11 anni (entrambi muoiono durante un incidente di alpinismo) e che quindi va a vivere con una zia. Prima del lutto il padre deve averlo frequentato comunque poco perché era spesso assente a causa del suo lavoro: rappresentante di armamenti. Così a 12 anni James viene spedito nel prestigioso collegio di Eton, ma viene espulso a metà del primo anno per “problemi” con una cameriera. La verginità, però, la perderà solo a 16 anni, alla sua prima visita a Parigi  (lo confessa in Solo per i tuoi occhi) e almeno questo è un elemento di normalità.

Tirando le somme, il profilo resta tuttavia quello un uomo fragile, anche se non si vede. E non si vede perché Bond ha creato il suo personaggio, si regge insomma su una falsa impalcatura di sé, e tenendo i “guai” da parte si è costruito le sue modalità di uomo di successo. Ed è proprio il successo a non farlo apparire uno psicopatico. Bond non ha coscienza, non ha compassione, né amore. Ha solo ambizione e sangue freddo, in fin dei conti è un delinquente e un poveraccio. (AD)

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