“Il colore del vento”, lungo le rotte umane del Mediterraneo

«E’ stato il miracolo di un incontro simultaneo fra un linguaggio musicale e una lingua letteraria entrambi inventati. Ho usato la lingua del mare, un […]

«E’ stato il miracolo di un incontro simultaneo fra un linguaggio musicale e una lingua letteraria entrambi inventati. Ho usato la lingua del mare, un esperanto dove le parole hanno il ritmo della voga, del marinaio che tira le reti e spinge sui remi » disse Fabrizo de Andrè a proposito di Crêuza de Mä, forse il suo brano più “misterioso” ma anche quello che più di altri chiede all’ascoltatore di mettere da parte i filtri della ragione e lasciar correre l’emozione.

E sul quel ritmo ondeggiante, quelle atmosfere che rimandano aria salmastra, leggende antiche e caruggi umidi che Bruno Bigoni – tra le pochissime voci di autori di documentari formatisi alla fine degli anni Ottanta –  ha realizzato il suo Il colore del vento,

Il regista Bruno Bigoni

documentario presentato al Festival del film di Roma e da domani – finalmente – in sala .

Per chi crede nella fortuità del caso fa riflettere come l’uscita del film sia stata programmata proprio di questi tempi. Tempi che vedono il mare più antico del mondo più che mai al centro del racconto umano, testimone di altre vicende, altri sogni, altre tragedie. Nuovi eventi sempre uguali.  Tra un approdo e una partenza Bigoni non fa altro che riempire il diario di bordo di un cargo che segue le coste del Mediterrano, accompagna i marinai che sull’acqua spendono la maggior parte della loro vita, registra il loro incontro con le terre mediterranee e con gli uomini e le donne che le vivono, e per i quali il mare è di volta in volta speranza o morte, guerra o via di fuga, ponte o limite invalicabile. Otto porti, otto storie che incrociano passato e futuro, l’esistenza ultra millenaria delle città e l’esistenza di domani, vista anche con gli occhi di quei ragazzi che dall’altra parte del mare immaginano la loro felicità.

 

I giovani di Tangeri, ad esempio, è questo il primo porto toccato dal mercantile. Appena di fronte c’è la Spagna, sembra poterla sfiorare, ma in realtà è lontanissima. Storia di emigrazione anche a Bari, dove Violeta, un’immigrata albanese racconta il suo difficile cammino d’integrazione, e poi Sousse, città tunisina. Erano altri momenti quando Bigogni girava il suo film. E’ infatti in Tunisia che il racconto diventa musica. Qui la cantante Mouna Amari e il musicista Mauro Pagani, con la commistione delle loro sonorità musicali, danno vita ad una versione inedita della canzone Sidun, dedicata all’omonima città libanese martoriata dalla guerra, che rivive nelle immagini di repertorio e nella memoria dei marinai.

Poche miglia e la rotta incrocia Lampedusa, le spiagge dove gli sbarchi di immigrati africani non sono storia recente.  Si passa da Istanbul per risalire l’Adriatico. Ancora una volta il mare diventa custode silenzioso dei conflitti, la nave si ferma a Dubrovnik per raccontare di Ivana che nelle pagine del suo diario, scritto da bambina nel 1991, descrive l’arrivo delle navi da guerra e i bombardamenti sulla città. E poi l’approdo finale: Genova. La storia del mare che Bigoni racconta è quella delle donne nigeriane costrette a prostituirsi. Un desiderio di libertà e di riscatto sociale, il loro, che si perde nel dedalo dei caruggi genovesi.

Sogni infranti, come quelli che a Barcellona (città – prologo del film) racconta Conxa Pérez, 95 anni, ultima sopravvissuta delle “mujeres libres”, ovvero membro di spicco dell’Agrupacion de Mujeres Libres un’organizzazione anarco-femminista nata nell’agosto 1937 e i cui principi erano riassunti dallo slogan “capacitaciòn y captaciòn”: apprendimento e insegnamento. Si battevano per un lavoro salariato, senza il quale non sarebbe stata possibile parità di diritti in alcun campo socio-politico. La storia andò diversamente.

 

A Barcellona

 

Cargo

 

Cargo

 

Cargo

Genova

Il porto di Barcellona

Tangeri

Tangeri

 

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