Hattie McDaniel (Mamy): quella vita da Oscar

A ricordarsi il suo nome ormai sono in pochi, per tutti Hattie McDaniel è solo Mamy, semplicemente Mamy, la “gigantesca” schiava di Rossella O’Hara dai […]

A ricordarsi il suo nome ormai sono in pochi, per tutti Hattie McDaniel è solo Mamy, semplicemente Mamy, la “gigantesca” schiava di Rossella O’Hara dai modi bruschi e dal cuore dolce. Nessuno o quasi, almeno qui in Italia, ricordava che Hattie per quel suo ruolo in “Via col vento” (aspramente criticato per essere incarnazione di un triste stereotipo razzista) fu la prima attrice di colore a vincere, nel 1940, un Oscar. Quello di miglior attrice non protagonista, ritirato tra le lacrime in un momento storico in cui i neri non potevano neppure entrare a teatro, e così, mesi addietro, Hattie non aveva neppure assistito alla prima del suo film ad Atlanta.

Ma quella sera ad Hollywood, lei al teatro ci entrò, col marito varcò l’ingresso di servizio, non quello delle star, sedette ad un tavolo appartato messo in fondo alla sala per emergere dal buio quando si trattò di ritirare il premio.
A 70 anni da quell’episodio, a riportare a galla  la storia e il volto di Hattie, è stata l’attrice comica Mo’Nique che per ritirare il suo di Oscar,  ha messo una gardenia tra i capelli ed un abito blu, perché Hattie così era vestita, ha attraversato tra gli applausi il tappeto rosso d’ordinanza e quando è stato il suo turno sul palco del Kodak teathre di Hollywood ha voluto ringraziare la “signorina Hattie McDaniel per aver sopportato tutte le cose che ha dovuto sopportare prima di me, facendo in modo che non abbia dovuto farlo io”.
E così il nome di Hattie è tornato a fare il giro del mondo, rispolverato dalle cineteche e da quel ruolo troppo stretto per un’attrice di lungo corso come fu lei, che di film ne girò un centinaio. Anche se le parti, per i neri, erano quelle che erano: schiava, serva, cameriera, comica, poveraccia. Ma Hattie non se ne curò più di tanto e quando le vollero contrapporre la figura certo più fascinosa di Lena Horne, che era riuscita ad ottenere un contratto con la clausola che non avrebbe mai interpretato la parte di una cameriera, la sua riposta fu senza possibilità di appello: “Preferisco guadagnare 700 dollari a settimana interpretando una cameriera piuttosto che guadagnarne 7 per fare la cameriera”. E simbolicamente (non nei fatti) mise a tacere tutti, compresa la Naacp (www.naacp.org  National Association for the Advancement of Colored People)  che non le aveva mai perdonato d’essere stata Mamy.

Eppure Hattie di battaglie ne aveva combattute, ma a modo suo. All’interno dello stesso sistema di Hollywood aveva fatto quel che poteva, investendo i suoi personaggi d’intelligenza e dignità e dando loro una irresistibile carica di umana, magari mescolandola anche ad atteggimenti un po’ di “sovversivi”. Come Mamy,   genio del buon senso e della ragionevolezza. “E’ una persona il cui rispetto mi piacerebbe avere“, disse di lei Clark Gable (Rhett Butler nel film). Nella pratica era riuscita ad evitare che nel copione di “Via col vento” comparisse l’odiatissima parola, “nigger”, che parla di disprezzo e schiavitù e lei, nata nel 1895 e figlia di un ex schiavo, non lo sopportava.
Nel 1945 aveva anche organizzato una class action contro la discriminazione degli alloggi nel suo quartiere di Los Angeles, il caso andò alla Corte Suprema degli Stati Uniti e fu vinto. Era incostituzionale porre delle rstrizioni sulle proprietà altrui. Hattie McDaniels è stata anche la prima donna nera a cantare alla radio americana (nel 1931) e prima star nella serie televisiva ” Beulah” (1947-1952). Quando morì per un cancro al seno nel 1952, tremila persone e 125 limousine accompagnarono il suo funerale, ma non le fu risparmiato l’ennesimo insulto razzista. Le negarono la sepoltura all’Hollywood Memorial Park, dove lei avrebbe voluto riposare perché  il cimitero non concedeva il permesso di sepoltura agli afro-americani. Nel 1999, i parenti hanno potuto riparare erigendovi un cenotafio.

Ed oggi che queste storie sembrano davvero sepolte nel tempo, un’altra donna di colore, Mo’Nique, si erge, a modo suo, sopra l’arroganza del senso comune. Alla cerimonia dei Golden Globe, che ha vinto sempre per l’interpretazione di Mary nel film Precious, s’era presentata con le gambe coperte da folta peluria, agli Oscar ha replicato. E quando nel backstage le hanno chiesto dove potessero arrivare donne che non si curano delle proprie dimensioni ne dei peli sulle gambe, la risposta è stata di quella che anche Hattie avrebbe gradito: “Vanno a vincere l’Oscar”. Niente di paragonabile alle battaglie di Hattie, certo, ma anche questa è ribellione.

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