Film. Frankenweenie, Tim Burton commuove e convince la critica

Nei giorni scorsi ha aperto il London Film Festival entusiasmando la critica, certa di aver ritrovato, dopo la proiezione di Frankenweenie, il Tim Burton di un tempo, quello più ispirato. Il più visionario dei registi, quello amante dello strano, e capace di commuovere ancora una volta. Come aveva fatto nel 1990 con Edward mani di forbice, e nel 2005 con La sposa cadavere, altro suo capolavoro. E di capolavoro questa volta pare trattarsi (e aggiungiamo “un pare” solo per prudenza), ma pazientate, il film uscirà in Italia solo il 17 gennaio 2013

La prima cosa da sapere è che si tratta di un film d’animazione in stop-motion, in bianco e nero e in 3D, ovvero è un film che adopera le tecnologie più avanzate (nello specifico quelle di casa Disney, dunque il meglio) ma ricorre all’antico fascino del bianco e nero per moltiplicare l’impatto emotivo. Non stupisca, per Burton il colore è più che per altri registi elemento narrativo fondamentale come i toni acidi-psichedelici de La fabbrica di cioccolato o ancora di più di Alice in Wonderland suggeriscono. Tratto da un cortometraggio omonimo in live-action che aveva realizzato nel 1984, quando lavorava come animatore alla Disney, il film regala una tavolozza di emozioni dove si alternano paura, risate, commozione…

Si tratta della storia di un piccolo dottor Frankenstein, un ragazzo scienziato di nome Victor che inventa una macchina per riportare il suo cane, Sparky, indietro dalla morte. Tra l’orrore dei suoi genitori, dell’intero quartiere e del suo amico deforme Edgar “E” Gore. Un film pieno di animali morti rianimati ma “dolcemente macabro”, un film alla Tim Burton, insomma…

Quando ero piccolo anche io volevo diventare uno scienziato, però non credevo di voler riportare le cose morte in vita – ha raccontato il regista alla conferenza stampa del LFF. – L’idea è piuttosto terrificante. In realtà si tratta di una metafora della creazione, dell’arte del cinema. Oggi il cinema è legato a tante cose e ci sono molti aspetti da tenere in considerazione come il marketing, gli incassi, ma quello che io cerco di fare è riproporre la purezza nel fare film come gesto artistico, senza pensare al resto”. Dissezionare e ricucire gli interessi più disparati per farli combaciare il più possibile con le esigenze artistiche: il dottor Frankenstein come metafora del cineasta. Ci avevate mai pensato?  (a.d)

 

 

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