Bling Ring di Sofia Coppola

La storia di un gruppo di adolescenti in cerca della fama, basata su eventi realmente accaduti

Il cinema di Sofia Coppola è popolato da adolescenti, che il loro sviluppo sia precoce o tardivo, accumunati dallo stesso senso di smarrimento e solitudine, spesso intrappolati nella loro condizione agiata. Un mondo che la Coppola sembra conoscere bene; nata e cresciuta in una delle più rinomate famiglie di cineasti, fece la sua comparsa sul grande schermo che ancora non era in grado di parlare.

In Somewhere ci raccontava la vita di una star del cinema annoiata e depressa, circondata dal lusso e dai vizi più frenati, che non ha mai sperimentato il contatto con la realtà finché forse qualcosa dentro di lui cambia, grazie ad un periodo passato con la figlia undicenne.

Diciamo forse poiché l’operazione riesce a metà, se da un lato la Coppola pare aprire un discorso dal sapore intimo e vagamente biografico, mettendo in scena la stacco tra il mondo vero e quello delle celebrità, sicuramente più sfarzoso, ma anche più vacuo, dall’altro la struttura del film si avvolge su se stessa, in un loop che non si chiude mai, come una Ferrari che gira su se stessa nel deserto.

Stessa situazione accade in quest’ultimo Bling Ring, basato su eventi reali, racconta la storia di un gruppo di adolescenti, ossessionati dalla fama, dalla moda e dalle celebrità, tanto da arrivare a commettere furti nelle case di gente come Orlando Bloom, Paris Hilton e Rachel Bilson, forse per moto d’emulazione oppure per semplice noia oppure per avere i propri 15 minuti di celebrità.

Rispetto a Somewhere, quindi, la Coppola fa un passo in più, ora lo strappo tra i due piani della realtà fa in modo che essi collassino reciprocamente (simboleggiato anche dalla presenza dell’attrice feticcio Kirsten Dunst nel club), permettendo così ai protagonisti di saltare liberamente da uno all’altro, fino al punto che una di loro diventa una stellina/meteora, impegnata a portare la sua vicenda nei talk show.

La trama, però, fatica a ingranare, risultando di una pigrizia e di una ripetitività insormontabile, il meccanismo “cercare l’indirizzo/stupirsi della merce costosa/rubare e scappare freneticamente” si ripete per un numero eccessivo di volte senza variazioni né sviluppo. Le reazioni dei personaggi sono sempre le stesse, tanto l’ansia di Marc, l’unico ragazzo della gang, quanto la nonchalance di Rebecca, l’organizzatrice dei colpi.

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In pochissime scene si ha la sensazione che il film riesca a prendere il volo, ad esempio durante la scena dell’incidente d’auto e conseguente arresto per DUI oppure quando trovano la pistola, ma la regista preferisce lasciare che si perdano come momenti isolati nella vuota vita della sue protagoniste.

Tuttavia ciò che infastidisce e disorienta è innanzitutto l’indecisione del registro stilistico, sempre in bilico tra fiction e documentario, tra reportage e confessione criminale. La voce off di Marc è uno degli accorgimenti più fuori luogo e deleteri di Bling Ring, in quanto porta lo spettatore ad indentificare il proprio punto di vista con quello del ragazzo, quando contemporaneamente è continuamente inondato da spunti oggettivi, come le telecamere di sicurezza e i profili Facebook, che smascherano il disinteresse per l’introspezione nelle vite dei teenager.

Non è la scelta del soggetto che non ha funzionato, né la scelta del cast che risponde  bene alla chiamata, Emma Watson in primis, quello che non va con de Bling Ring è proprio il tocco della Coppola.

Nello stesso 2013 abbiamo assistito a Spring Breakers di Harmony Korine, che per certi versi parte da premesse non dissimili da Bling Ring.

Entrambi si pongono come uno spaccato di vita della generazione americana attuale, cresciuta a MTV, Jersey Shore e video di musica finto-gangsta. Sia la Coppola che Korine capiscono e cercano di fare proprie le radici “ideologiche” di questi adolescenti, calandosi in un contesto che non è il loro solito per ampliare il proprio discorso artistico. Sintomi lampanti sono le rispettive scelte per le colonne sonore, prediligendo solitamente alternative rock, per i loro ultimi lavori utilizzano musica più “alla moda”, per dare maggior verosimiglianza al contesto sociale attuale.

Similmente i due registi prendono delle attrici, rinomante per i loro ruoli per famiglie e le trasformano in criminali, in un’operazione di distruzione dei nuovi miti hollywoodiani.

Ma l’opera di Korine si è imposta fin da subito come un caso cinematografico unico, che può piacere o meno, che fa discutere perché svela il lato marcio della gioventù borghese americana e soprattutto mette in luce il talento alla regia di una delle più promettenti voci del cinema indipendente.

Bling Ring sembra, invece, segnare la definitiva stasi creativa della Coppola, che si avvertiva già in Somewhere, ma che il Leone d’oro a Venezia aveva parzialmente nascosto.

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Non riuscendo ad arrivare al nocciolo della questione, a scavare in profondità le conseguenze del tremendo orizzonte culturale dei protagonisti, si arresta all’inizio del processo di degrado, replicando semplicemente il procedimento repulsione/attrazione fine a se stesso creato da certi demenziali show televisivi.

Bling Ring è quindi l’ennesimo loop che la Coppola non riesce a chiudere, certamente fautore di un discorso che porta avanti fin dagli esordi, ma che se continua in questa direzione rischia di impantanarsi e perdersi allo spaesamento più totale della sua autrice.(f.p.)

Bling Ring – Trailer

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