Riforme: l’Italia ne ha abusato… e adesso deve riformare tutto

Un editoriale di Massimo Giacomini

Una storia illuminante. Stati Uniti, anno 1897, un matematico dilettante dell’Indiana crede di aver trovato la quadratura del cerchio, il problema dei problemi risolto da un medico con l’hobby dei numeri. La soluzione del dottor Edwin Goodwin è semplice, portare il valore di Pi greco da 3,14159… a 3.12, tanto basta a gettare via le elucubrazioni di generazioni di matematici su come costruire un quadrato con la stessa area di un cerchio dato. Nel tentativo di racimolare qualche soldo, Goodwin brevetta la “scoperta “, così da poter guadagnare sui diritti d’autore ogni qualvolta qualcuno adoperi la sua formula, e, per gentile concessione, solo gli abitanti dell’Indiana avrebbero avuto il privilegio di farne uso gratuitamente. Per questo l’esenzione diventa un disegno di legge, votato con 67 favorevoli a zero.  A questo punto interviene Clarence Waldo, un matematico vero, tocca a lui rimediare spiegando ai politici che si tratta di una bufala, che le leggi della matematica non possono essere modificate per decreto. La storia ci dice che per convincere i senatori impiegasse molte settimane, ma alla fine la spunta, il Pi greco resta a 3,14259…

 

Tanto per dire che non si può legiferare su tutto, ma chissà perché noi italiani siamo propensi a credere che con la legge giusta si possano risolvere tutti i guai.  I nostri politici sarebbero capaci di modificare il Pi greco per decreto se servisse ad assecondare gli umori popolari, le caste, gli interessi particolari e d’altronde, dalla legge sulla fecondazione assistita al caso Stamina, alle soglie di tolleranza di vari inquinanti mutate secondo le convenienze, gli esempi abbondano.

Sia chiaro, non sono un ultraliberista, non credo che le cose vadano a posto da sole né che lo Stato serva solo a pagare l’esercito, la polizia e a fare le strade. Ma ho la sensazione – che è ben più di una sensazione – che il compulsivo legiferare che dal dopoguerra in poi ci accompagna abbia portato questo paese all’irrisolutezza. Siamo un Paese irrisolto, rendiamocene conto. E servirà più di qualche riforma a restituirci una parvenza di normalità.

 

Perché è chiaro che non è normale che in soli 67 anni di vita democratica un Paese abbia cambiato tre volte la legge elettorale, infilandoci in mezzo anche un referendum e che si  avvicini, oggi, ad una ennesima riforma che, benvenuta sia, ma che sia l’ultima. Almeno per i prossimi cento anni, per favore. Bene ha fatto Matteo Renzi a coinvolgere Berlusconi, perché piaccia o meno, il cavaliere è ancora espressione di una parte consistente di questa Nazione. Bene cercare le condivisioni per cambiare sì la legge elettorale ma sostanzialmente modificare una parte dell’ordinamento “via i senatori, un miliardo di tagli alla politica, a dieta le Regioni, legge elettorale anti larghe intese”, ma senza pasticci, per favore, la parola riforma per sua stessa natura contiene in sé qualcosa se non di definitivo almeno di duraturo. E invece in Italia si riforma tutto per tornare a riformare una manciata di anni dopo. Quante riforme della scuola abbiamo visto in questi anni? Non me lo ricordo più. Ma di riforme all’istruzione si parla ancora molto, sacrosanto visto gli esiti delle riforme precedenti. E cosa dire di quella riforma che delegò la gestione della sanità alle Regioni, sembrava la panacea universale. Oggi, con le varie gestioni fallimentari, sempre più osservatori riterrebbero utile un passo indietro. Una bella controriforma in piena tradizione italiana.

E poi le riforme del lavoro, la riforma delle pensioni, la riforma della fiscalità, la riforma delle riforme… un elenco che stressa la vista alla sola lettura, figuriamoci a voler entrare nei dettagli. Li evito accuratamente.

E allora mi torna in mente, e non so se ridere o se piangere, quel grande riformatore che è stato Roberto Calderoli, chiamato dal IV governo Berlusconi a ricoprire il dicastero della Semplificazione Normativa; prima ancora era stato, neanche a dirlo, ministro per le Riforme. So di tirare in ballo qualcosa di vecchio e detto, ma vogliamo fare una ripassatina su cosa, per anni, la politica italiana ha inteso per riforme?

Calderoli è stato tra gli artefici di quella riforma costituzionale che nel 2006 voleva trasformare l’Italia in una Repubblica Federale, quella sì che sarebbe stata la svolta! (il tono è ironico, sia chiaro). Fu bocciata dagli italiani. E’ autore della legge elettorale che porta il suo nome, poi ribattezzata Porcellum, per sua stessa ammissione “una porcata” e recentemente dichiarata incostituzionale dalla Corte. E quando è stato chiamato a semplificare, cosa ha fatto questo ministro della Repubblica italiana?   Ha bruciato in un falò pubblico (e pubblicitario) 375.000 leggi sostenendo d’aver così fatto risparmiare allo Stato un bel po’ di milioni. Cosa non provata, ma in compenso nel falò sono finite le norme istitutive di un bel po’ di comuni, assieme a quella che creava il tribunale dei minori, quella che abrogava la pena di morte, la legge sulla tutela degli alimenti… S’è dovuto rimediare con decreti ad hoc.

 

Ora tutto questo appare lontano, in realtà è accaduto nel 2010. Solo quattro anni fa. E in quattro anni francamente non credo che un Paese cambi molto. Questo per dire che, avendo una discreta memoria, diffido sia di chi si riempie la bocca con la parola riforme, sia di chi se la riempie parlando di semplificazione. E comunque ritengo indispensabile l’inaugurarsi di una nuova stagione che sia fatta tanto di riforme quanto di semplificazioni.  La stagione del chiarimento totale, e poi avanti, in rotta verso il futuro come un Paese normale.   (Massimo Giacomini)

 

 

 

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