“Quando c’era Berlinguer”, quando la storia attraversa il cuore

“Quando c’era Berlinguer”: una recensione firmata Virginia Zullo, dedicata a un nonno contadino con le mani ruvide e un sogno di giustizia nel cuore

Quando una forma della vita è tramontata, quando di un passato non restano che frantumi ed equivoci , solo le parole e le immagini possono superare la perdita e la distanza , restituirci la vita di quel che è stato , la sua essenza e il suo significato . (Claudio Martelli, Ricordati di vivere)

E’ con queste parole che voglio entrare nel cuore del bellissimo film documentario “Quando c’era Berlinguer”, di Walter Veltroni. Un lavoro che ha il pregio di restituirci essenza e significato di un pezzo fondamentale della nostra storia politica. Quello di Veltroni è un documento storico, un atto d’amore verso un uomo che, come dice Eugenio Scalfari, fu integerrimo, sobrio, timido ma con il martello.

Per ragioni anagrafiche anch’io appartengo alla generazione che non ha potuto vivere quella stagione politica. Dunque per me, questo documentario, è stato anche una bella lezione di storia. Ci si domanda intanto cosa sia rimasto delle idee che incarnò, e fa letteralmente male constatare che per le nuove generazioni il nome di Enrico Berlinguer non evochi assolutamente nulla. Quando c’era Berlinguer segna anche il tanto sognato esordio alla regia di Veltroni. Come opera prima è davvero ben fatto. Ed io, cresciuta con le puntate de La storia siamo noi di Giovanni Minoli e col suo insegnamento sul come si racconta con le immagini, le testimonianze e il repertorio non posso che ritrovarvi integralmente la scuola migliore.

Walter_Veltroni_3_cropped Tutti i passaggi politici di cui Berlinguer fu promotore sono ben illustrati: l’interesse per la questione meridionale, il tentativo di collaborare con la Democrazia Cristiana – il famoso compromesso storico -, la necessità che  Berlinguer avvertì di fondare un nuovo comunismo indipendente dall’URSS, la fase di declino del partito comunista in seguito al rapimento di Aldo Moro, il rapporto con il partito socialista e con Bettino Craxi.  Non mi permetto di entrare nella polemos tra socialisti e comunisti, lascio a menti ben più raffinate la questione che nel documentario viene affidata al commento di un signore che non conoscevo, uno con un’aria  da playboy in pensione, abbronzato, e che ho visto nel sottopancia corrispondere al nome di Claudio Signorile.

Mi si perdonerà quest’atto di narcisismo ma voglio raccontare come io ho conosciuto Enrico Berlinguer.  Era un pomeriggio come tanti in un piccolo paesino del meridione, Orsara di Puglia, come al solito, per sfuggire alla  guerra continua tra i miei genitori, mi ero rifugiata in territorio neutro al sicuro a casa dei nonni materni. Avevo sette anni, ero piccolissima tutta pelle e ossa, mio  nonno, Lorenzo Lecce, comunista fin dentro il midollo spinale, lavoratore instancabile , grande padre di famiglia e una sola donna per tutta la vita,  guardava la televisione. C’era una folla oceanica, volti di donne e uomini semplici che piangevano con il pugno alzato, tante bandiere rosse con la falce e il martello, proprio come quella che avevo visto nella sede del Partito Comunista dove a volte nonno mi portava tenendomi per mano.

Quel pomeriggio nonno piangeva, un pianto inarrestabile,  non capivo cosa stesse succedendo, non sapevo cosa fare: “Nonno perché piangi?“, non l’ avevo mai visto piangere e mai più lo vidi piangere in quel modo, mi guardò, mi fece sedere accanto a lui e mi disse solo :”E’ morto Enrico Berlinguer“.  Continuavo a non capire, fissavo il televisore, mi sembrava tutto così assurdo, volevo chiedere, sapere, ma nonno non  faceva che piangere, riuscii solo a mettere la mia minuscola mano sulla sua, quelle mani enormi da contadino, rovinate dal lavoro nella terra, con le crepe nella pelle, mani che mai dimenticherò insieme a quel pianto.

Ho rivisto quelle immagini dopo tanti anni grazie al documentario di Veltroni, era il 13 giugno del 1984 e ancora oggi mi sono chiesta il perché di tanto amore verso quell’uomo, il perché di tanta commozione. Al telefono parlando con monsignor Vincenzo Francia ho dipanato un po’ la questione: c’era in Enrico Berlinguer  qualcosa di cristico, se ne accorse già Eugenio Scalfari con il suo articolo Berlinguer non è la Madonna e  lo ribadì Indro Montanelli sostenendo che  il culto di Berlinguer andava assumendo connotati quasi sacrali.

Ho un po’ sofferto, lo confesso, quando nel documentario ho visto le immagini dei fischi che Berlinguer ricevette dai socialisti poco prima di morire (furono molto maleducati, ma nessuno è perfetto)  tuttavia anche quell’offesa ha contribuito alla creazione dell’idolo, del martire vilipeso prima di immolarsi sull’ altare delle sue idee.

Mi piace molto la frese di Martelli : “Tutti sanno, nessuno ricorda…”  che si sposa perfettamente con la voce di Marcello Mastroianni che in apertura del documentario  dice : “Tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi ritorna a volare nel vento”.

Grazie infinite a Walter Veltroni per averci ricordato com’era quando c’era Berlinguer e quando c’era anche mio nonno Lorenzo, con loro ci sentivamo tutti davvero meglio, protetti dalla forza delle idee .

Virginia Zullo

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