Partecipate: l’emergenza ci salverà, un paradosso

Un editoriale di Massimo Giacomini

Buco nero (ingl. black hole) Corpo celeste, avente un campo gravitazionale così intenso da non lasciare sfuggire né materia, né radiazione elettromagnetica. In un b. nero, la forza di gravità domina su qualsiasi altra forza, sicché si verifica un collasso gravitazionale continuo, che tende a concentrare la materia in un punto di singolarità di densità infinita. (Enciclopedia Treccani)

Pozzo nero – Cavità sotterranea dove vanno a raccogliersi i liquami biologici in assenza di rete fognaria (Il Gabrielli – Hoelpi)

La scelta delle parole talvolta è difficile, non so se è chiaro, cercavo un termine giusto per definire le partecipate, ovvero quel buco-pozzo nero in cui ogni anno finiscono 2,2 miliardi di soldi pubblici per finanziare imprese che offrono pessimi servizi e inefficienza assicurata. In Italia sono oltre 7mila e i Comuni, stando a quanto scriveva Repubblica qualche giorno fa, hanno in esse 29mila presenze dirette o indirette, e solo l’Automobile Club, tanto per fare un esempio, ha 153 partecipazioni. Il Tesoro sarebbe pronto a intervenire … e menomale.

 

Le società a partecipazione pubblica tornano periodicamente sulla scena politica italiana. Non considerando i casi virtuosi, i loro bilanci in perenne emergenza sono vergognosi. E quei Cda brulicanti di amici degli amici, parenti e politici trombati, il più delle volte messi a sedere senza alcuna competenza, gridano vendetta. La tirata indignata l’ho fatta, e sono sincero, sono sinceramente disgustato. A corredo aggiungo qualche dato, fornito dall’ultimo dossier della Civit  (autorità  nazionale anticorruzione e per la valutazione e la trasparenza delle Pa). Al 30 novembre 2013 la nomina del responsabile anti-corruzione, prevista dalla legge 190/2012, «non ha trovato piena attuazione in nessun comparto, neanche nelle amministrazioni di grandi dimensioni come i ministeri». Nei Comuni e nelle Asl le nomine risultano effettuate solo nel 34% dei casi. Riguardo alle partecipate, lo stesso rapporto riferisce che non più del 64% di queste società ha costituito all’interno del proprio sito web la sezione “Amministrazione trasparente” prevista dalla legge. E inoltre risultano “impenetrabili“, poco disposte ad aprirsi a cittadini e imprese. L’accesso civico sarebbe garantito mediamente solo nel 31% dei casi. Mi fermo qui, le cifre sono notoriamente tediose, ma tanto basti a supportare il ragionamento.

 

E così. In questa desolante condizione capisco che chiunque prometta di “fare piazza pulita” o di “mandarli tutti a casa”, ha buon gioco, soprattutto sotto elezioni (a primavera si voterà in migliaia di Comuni). Un gioco facile, ottimo per acquisire consensi, pessimo per amministrare la cosa pubblica, dove le vaghe formulazioni finiscono per scontrarsi contro una realtà ben più complessa d’ogni enunciato elettorale. Nella realtà delle imprese occorre decidere e mediare, ovvero conciliare l’inconciliabile. E’ quello che un imprenditore fa ogni giorno. Ma non considerando le partecipate alla stregua d’imprese, gioco facile quanto criminale è stato quello portato avanti negli anni dal sistema politico, che attraverso le partecipate ha assunto a man bassa (questo è stato il loro fare welfare), ha piazzato amici, ha comprato consensi. Chi ha interesse a smantellare quei centri di potere? Chi ha il coraggio di dire chiaramente ai cittadini – che nel 2011 votarono a maggioranza per abrogare la gestione privata dei servizi pubblici di rilevanza economica (il ben noto referendum sull’acqua pubblica) – che per avere efficienza converrebbe privatizzare? Chi dirà loro che occorre farlo perché la politica non è in grado, né è interessata, pena il crollo dei potentati locali, ad assicurare gestioni trasparenti?  Mutare radicalmente i criteri gestionali delle partecipate (e mi sto riferendo soprattutto a quelle di carattere locale, non alle partecipate del Tesoro per le quali il discorso è diverso, ma neppure poi tanto), reimpostarli su stime di economicità, autonomia e competenze potrebbe essere l’altra strada da intraprendere in alternativa alla privatizzazione. Ma per la politica, ai suoi livelli attuali, rappresenterebbe un impegno ancora maggiore di quello di mia moglie se improvvisamente decidesse di scalare l’Everest sui tacchi a spillo.

Conoscendo la determinazione femminile potrebbe riuscirci, è sul fatto che questi politici possano cambiare da soli, ovvero senza l’aiutino rappresentato dall’urgenza, che nutro qualche dubbio in più. Così, se qualcosa cambierà nel melmoso universo delle partecipate è perché il pozzo nero sotto il municipio non possiamo proprio permettercelo più, l’urgenza verrà in nostro aiuto, paradossalmente. Signori si cambia, preparate i bagagli.

 

LA GRANDE BRUTTEZZA

Penso che Paolo Sorrentino meriti l’Oscar, lo sostengo convintamente perché è un artista e solo un artista poteva con tanta forza dare alla rappresentazione del “lato ludico” del potere la sintesi efficace del grottesco, la grande bruttezza di una decadenza diffusa e normalizzata. No, non è un caso che metta queste righe proprio al termine di certe considerazioni…  E comunque,  in bocca al lupo, Paolo!

 (Massimo Giacomini)

 

 

 

 

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