New York, i cento anni del Grand Central Terminal

New York. Il Grand Central Terminal ha appena compiuto cento anni. E’ la stazione più grande del mondo, forse la più bella, certo è la più filmata e la più letteraria

Quando Cornelius Vanderbilt decise di costruirlo, gigantesco e imperioso, lì a Manhattan tra la 42ma e la 45ma strada, sembrava un’impresa folle; quando il Grand Central Terminal aprì nella mezzanotte del primo febbraio 1913 fu salutato dai giornali come “una gloria per la metropoli”, simbolo di modernità e di lusso. Lussuosa la stazione lo era: percorsi a due livelli, pavimenti in marmo, vetrate e un panorama mozzafiato dalla cupola centrale; le grandi scale modellate su quelle del Teatro dell’Opera di Parigi; così come progettato dal studi di architettura Warren & Wetmore e Reed & Stem. E non era tutto, sul frontone della parete sud tre giganti di pietra scolpiti in Francia e alti 14 metri sono Mercurio, Ercole e Minerva. Rappresentano la ferrovia attraverso le loro peculiarità divine: velocità, forza e intelletto. E, al centro l’icona stessa del Grand Central, l’orologio in opale a quattro quadranti, storia vuole che valga svariati milioni di dollari (forse 20). Insomma, come molti critici hanno nel tempo sottolineato, la stazione fu costruita per rappresentare il simbolo della fama e della fortuna del Vanderbilt, ma è vero che in questi cento anni è finito in mano ai milioni di persone che vi sono passate tutti i giorni.

 

VERTIGINE NUMERICA

 

E’ il terminale più grande del mondo  con 45 piattaforme di pista e 63 binari. E durante le ore di punta del mattino, vi si muove un treno ogni 58 secondi; attualmente copre 49 ettari (dalla 42ma alla 97ma strada) e scende a una profondità tale che vi si potrebbe interrare un edifico di dieci piani.  E’ il più profondo seminterrato di New York.
Ogni giorno, più di 700.000 persone passano attraverso il Grand Central e di queste 10.000 ci vanno solo per pranzare, non per prendere un treno, perché il terminale è anche uno dei centri commerciali più grandi degli States. L’ufficio informazioni riceve più di 1.000 richieste all’ora; vi si riciclano più di 4 tonnellate di carta da giornale ogni giorno e
anche l’ufficio oggetti smarriti segna dati record: oltre duemila articoli al mese consegnati e l’80 per cento dei quali ritrova il suo proprietario, come capitò, qualche tempo fa, a un’urna di ceneri cremate e ad un abbaiante Basset Hound.

 

IL TERMINAL DELL’IMMAGINARIO

 

Per i turisti il Grand Central è una meta d’obbligo; un luogo quasi familiare anche a chi va a New York per la prima volta. Migliaia le immagini che il cinema ci ha rimandato, ed anche la letteratura. Un luogo caro agli scrittori era l’hotel Biltmore (ora sparito) collegato direttamente alla stazione. Lo menziona Scott Fitzgerald e JD Salinger v’incontrava il direttore della rivista The New Yorker, William Shawn. Nella sala d’attesa della stazione, il protagonista di The Catcher in the Rye, Holden Caufield, decide di passare la notte nella sua fuga da New York. Al Grand Central, Edith Wharton pone la prima scena di La casa della gioia nella hall e Thomas Wolfe, e Faulkner l’hanno raccontato mentre Lee Stringer, vagabondo e scrittore vi ha scritto i racconti disperati di Grand Central Winter e la candese Elizabeth Smart ai luoghi dedica il romanzo Grand Central Station mi sono seduta e ho pianto.

Nel cinema il regista più affascinato dalla stazione è stato certo Hitchcock che tra l’altro l’ha ripresa in Intrigo internazionale. La verità è che i cammei dalla Grand Central sul grande schermo sono innumerevoli, la ritroviamo in Superman I, Cotton Club, Argameddon, Way Carlito’s Way e perfino nel film d’animazione Madagascar. Il glamour del resto è stata una costante al Grand Central, ogni giorno nella grande sala chiamata Twentieth Century Fox vi spiegavano un tappeto rosso per passeggeri come Marlene Dietrich o Mae West.

La stazione è anche piena di segreti: una leggenda vuole che Andy Warhol abbia dato uno dei suoi celebri party sotterranei in uno dei passaggi comunicanti con il Waldorf, passaggio che pare fosse utilizzato anche dal presidente Roosevelt.

La contemporaneità probabilmente ha tolto alla stazione gran parte del suo fascino, in realtà se questa epoca saprà farsi ricordare lo sapremo solo tra cento anni. Intanto questo primo secolo di vita della stazione viene celebrato con numerosi eventi, mostre, visite guidate (il calendario su www.grandcentralterminal.com). Ne segnaliamo uno: nella Vanderbilt hall dal 25 marzo installazioni e performance di Nick Cave. (a.d)

 

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