Pietro Mennea, addio a un grande campione italiano

Uomo ed atleta eccezionale. Il migliore dello sport italiano.

Ha provato che i risultati si possono raggiungere con tenacia e forza di volontà, coniugati ad un talento sopraffino, che lo hanno consacrato campione nell’atletica e nella vita.

Un figlio del Sud, che sulle polverose strade della Barletta degli anni Sessanta iniziava a cimentarsi in quella che sarebbe divenuta la sua arte sportiva, la corsa. Sport e scuola, prima in Ragioneria poi all’ISEF, e infine all’università, con lauree in scienze motorie, giurisprudenza, scienze politiche e lettere. Una personalità ed un ingegno poliedrici che hanno contribuito alla sua affermazione, al tempo stesso, insieme ed oltre la pista d’atletica.

Pietro Mennea

Indimenticabili agli occhi degli sportivi italiani le immagini delle sue vittorie. Le mani sollevate al cielo o l’indice della mano destra, a simboleggiare momenti di gloria che hanno fatto la storia dell’atletica azzurra. Un record del mondo, il suo, quello di Città del Messico nel 1979 sui 200 metri piani che ha resistito quasi per vent’anni, ottenuto correndo a oltre duemila metri di quota.

Un primato mondiale che costituì il suo biglietto da visito per le Olimpiadi moscovite dell’anno dopo. Inizialmente l’andamento della gara sembrò dar torto alle previsioni, visto che il britannico Wells, campione dei 100 metri, sembrava involarsi verso una netta vittoria.

Mennea gli si avvicinò negli ultimi metri sul rettilineo per sopravanzarlo alla fine di soli due centesimi. Qualcuno dice che fu grazie all’assenza degli americani che conquistò l’oro olimpico, ma come ebbe a dire lo stesso Pietro in risposta all’esclamazione “Sei campione olimpico di atletica! Ma come è possibile? Sei bianco!” pronunciatagli da Cassius Clay/Mohamed Alì, “Fuori sono bianco, ma dentro sono come un nero”.

Soprannominato la Freccia del Sud, Mennea lasciò in un primo momento il mondo agonistico l’anno dopo l’oro di Mosca, per dedicarsi completamente allo studio, salvo poi ritornare per correre ancora ai Mondiali di Helsinki del 1983 (quelli che segnarono il trionfo di un altro grande atleta italiano, Alberto Cova), in cui vinse il bronzo nei 200 e l’argento nella staffetta 4×100, e le Olimpiadi di Seul del 1988, in cui fu portabandiera della squadra italiana.

Sempre nel 1983, il 22 di marzo, stabilì il primato mondiale (manuale) dei 150 metri piani, con 14″8 sulla pista dello stadio di Cassino. Questo primato è ancora imbattuto, perché il tempo di 14″35 stabilito il 17 maggio 2009 da Usain Bolt a Manchester non è stato omologato dalla Federazione in quanto stabilito su pista rettilinea.

Pietro Mennea

Proprio come Carl Lewis, dal punto di vista tecnico Mennea aveva una partenza dai blocchi relativamente lenta ma progressivamente accelerava riuscendo a raggiungere velocità di punta superiori a qualunque atleta. Questa partenza lenta ha relativamente penalizzato le sue prestazioni sui 100 metri (dove comunque ha primeggiato a livello europeo), mentre le gare sui 200 si concludevano spesso con rimonte ai limiti del prodigioso (come la finale delle Olimpiadi di Mosca).

Campione assoluto di atletica, avvocato, docente universitario ed Europarlamentare. Ma soprattutto un uomo che non ha mai indugiato nelle celebrazioni dei propri successi, sportivi e professionali, pienamente convinto com’era che ogni successo era solo una tacca più alta dell’asticella nel percorso di miglioramento di se stessi nella vita. Una cosa che solo i grandissimi nella storia, non solo sportiva, hanno saputo fare. E un grandissimo rimarrà per sempre nei ricordi e nei cuori di tutti proprio il nostro Pietro Mennea, la nostra Freccia del Sud.
(m.t.)

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