Italia, il dovere della consapevolezza

L’editoriale del lunedì di Massimo Giacomini

Siamo fuori da una settimana complicata, e dire complicata è un eufemismo. La sensazione è che questo Paese sia un eterno campo di gioco dove, in uno stadio che cade a pezzi, ognuno fa squadra a sé, i ruoli non si riconoscono più, non sai più chi è con chi e chi contro chi, e anche l’arbitro finisce delegittimato, non dagli ultras – che sarebbe normale – ma da una parte della stessa dirigenza, i paladini del bene pubblico, che si sentono come Don Chisciotte, ma sono nullità, pedine nelle mani di ottimi imprenditori di se stessi, ma politici di eccelsa incapacità. E allora speri che l’altra parte della panchina – perduta, intanto, nell’attenta contemplazione del proprio ombelico –  rialzi la testa con l’orgoglio dei pari. Non avviene, quello cui assisti è solo un timido accenno, e come manichini cui il burattinaio molla improvvisamente i fili, tornano immediatamente a ripiegarsi su se stessi.

Appellarsi alla stanchezza che coglie i cittadini davanti al consunto spettacolino della politica, può apparire banale. Non lo è, anche se sono parole che ci sembra sentire da sempre. E a furia di sentirle, sempre uguali, le parole finiscono per perdere peso, mentre la stanchezza avanza, e travolge menti e impulsi.

Ci siamo risvegliati in una settimana che ci avrebbe dovuto condurre alla nuova legge elettorale. Doveva essere una buona settimana, quindi. Con una legge che, fatto salvi i dovuti aggiustamenti e le normali polemiche (e aggiungo sacrosante, perché la democrazia è questo), dovrà rendere l’Italia un paese governabile, forte, dopo le elezioni, di una maggioranza che avendo superato due turni, godrà del consenso più ampio possibile in questa nazione dalle infinite sfaccettature ideologiche.  Insomma, la settimana non è partita male, la legge elettorale è cosa buona giusta, e migliorabile. Superati i particolarismi (traducendo: io frego te così tu non fregherai me) forse e dico forse, ci tirerà fuori dal guazzabuglio delle larghe intese, dove alla fine dei conti nessuno è responsabile di niente.

 

Ma le cose improvvisamente cambiano. La settimana assume una piega del tutto diversa. Il Parlamento diventa un’arena, le Commissioni paralizzate, la Fiat intanto è sempre un po’ meno italiana, Electorlux minaccia fuoco e fiamme, e piove…Piove sul cemento di questa bella Italia, dove a gennaio non nevica più, se non in alta montagna. E piove, e i fiumi minacciano le città, e le frane anche, e il Paese appare sempre più spiazzato, tra dimissioni eccellenti (leggasi Mastrapasqua) un ministro dell’Economia che prova a far ragionare gli svizzeri e Letta che va negli Emirati Uniti a implorare investimenti e Prodi ad invitarlo al coraggio (bene!) e Squinzi a chiedere una «forte azione del Governo a difesa dell’industria manifatturiera, volta a rafforzare le capacità del nostro Paese di attrarre e mantenere gli investimenti». Come se bastasse una lettera.

 

Davanti a tutto questo è difficile risvegliarsi in una nuova settimana confidando in un nuovo carico di fiducia. Eppure la classe produttiva di questo Paese, noi imprenditori in maniera particolare, è a questo cui siamo chiamati. Non parlo di un ottuso ottimismo, ma di un’illuminata consapevolezza. La capacità dare il meglio di sé quando le cose vanno male, è questo il più grande talento degli italiani. Ma non possono continuare a trattarci come mandria, o gregge. Ho nostalgia per il “we can” obamiano, ormai slogan fuori moda, ma che a noi nessuno ha mai detto. Nessun politico a fare appello alla grandezza di questo Paese, è più conveniente dividerlo, nessun invito a rialzare la testa, a credere con orgoglio nelle proprie capacità, nessun richiamo al senso di collettività e di nazione, come insieme di uomini non di nemici. Vacche da mungere, non da stimare, e nel paventare compravendite elettorali, eccoli a toglierci, ancora una volta, la possibilità di scegliere i nostri rappresentanti. Sappiamo che la verità non è questa, e che i rappresentati eletti direttamente dal popolo hanno il dovere di operare secondo coscienza, non secondo le convenienze del capo, ma così possono diventare scomodi. E per quanto concerne le compravendite – problema reale – basterebbe non farla passare franca ai cialtroni. E invece di punire chi compra la fiducia pubblica, puniscono il pubblico. Emblematico. Italiani da blandire, cavalcandone in maniera incosciente la rabbia o rassicurandoli con un interessato “ghe pensi mi”: non si tratta così il Paese, non possiamo farci trattare così.

Nel film «Il terzo uomo» (1949, regia di Carol Reed) c’è una frase passata alla storia: «In Italia, nei 30 anni sotto i Borgia, hanno avuto guerra, terrore, omicidi e spargimenti di sangue, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, democrazia e pace per 500 anni, e che hanno prodotto? L’orologio a cucù». Italiani del terzo millennio: eredi trascurati tanto dei Borgia quanto di Leonardo. Siamo così, ma non facciamocene mai una ragione, sarebbe davvero la fine.

(Massimo Giacomini)

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