Economia. Paesi emergenti e “maiali”: il futuro non è ancora scritto

Economie emergenti ed economie in decadenza, lo scenario che oggi appare scontato tra qualche anno potrebbe mutare radicalmente. Claudio Calierno ci spiega perché…

Con la guida di Claudio Calierno, continua il viaggio di Daring tra i meandri dell’Economia. Il nostro esperto questa volta ci accompagna alla scoperta delle economie emergenti in un confronto con l’Eurozona, un po’ di storia e qualche ipotesi sorprendente sugli scenari futuri.

BRICS, I VINCENTI  

Numerosi sono i neologismi che riempiono quotidianamente le pagine dei giornali anche se l’uso di alcuni di questi rappresenta il risultato dell’ossessiva sequela mediatica di matrice generalista. Va da se che il dizionario della lingua italiana, così come quello di ognuno di noi, ravvisa costantemente l’inserimento di nuove terminologie siano queste delle concise sigle o l’epilogo della rielaborazione di un vocabolo, sempre più sovente con l’uso di Internet, di derivazione anglosassone. E’ così che negli ultimi anni, e più precisamente a partire dal 2007, è apparso sempre più in maniera assidua sui media di settore economico l’acronimo BRIC. Una sigla dal suono musicale che sintetizza, più che una melodia, le iniziali dei Paesi cosiddetti “emergenti” per l’andamento della loro economia e ricchezza. L’acronimo di Brasile, Russia , India e Cina, rappresenta l’espressione dei loro PIL, ulteriore sigla che indica il grado della ricchezza prodotta in percentuale numerica. Attualmente il loro PIL si attesta su un tasso a due cifre e nella sua storia ha visto salire il suo punto massimo di percentuale al 23. Ma la rapidità con cui si muove l’economia mondiale è tale che in pochi anni il termine BRIC si è trasformato dapprima in BRICS, con l’aggiunta del Sud Africa, e recentemente in BRICST, dove T  sta a indicare la Turchia, unica vera nazione in ascesa a livello non solo europeo ma mondiale.

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L’AVANZATA TURCA

Una breve digressione sulla Turchia è di prammatica per la sua economia florida e vivace. Nel 2012 il PIL turco è stato il secondo nel mondo per crescita percentuale in rapporto all’anno precedente e la sua operosa popolazione, unitamente alla posizione geografica strategica con sbocco sul Mediterraneo, crea le condizioni ideali per poter definire la Turchia quale decisivo osservatorio economico sul continente africano e quello medio asiatico. Da non dimenticare, altresì, che l’economia turca è stata negli ultimi tre anni, e lo è tuttora, oggetto di forte apprezzamento e attenzione da parte dei numerosi investitori internazionali nonché dei fondi sovrani, certificandone la bontà dei fondamentali che esprime unitamente alla credibilità e solvibilità in relazione al sistema bancario mondiale. Accreditata economia che anche nell’anno in corso potrà esprimere solo note positive per la situatio disperata dell’Eurozona.

PIGS – MAIALI

Quindi se da un lato esiste un polo definito BRICST, positivo e crescente, forte e fluido per economia e per i valori economici assoluti quali occupazione, produzione,  investimenti  e  consumi, dall’altra  si contrappone quello PIGS, composto da nazioni quali Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, nazioni sulle quali si sono consumate pagine a volte redatte a sproposito circa l’apporto negativo che questi paesi hanno determinato nell’Eurozona. L’andamento dell’economia sta però modificando queste due accezioni poiché il primo polo, il BRICST, è vittima di un rallentamento finanziario a causa  della forte contrazione della domanda mondiale di beni e con essa tutte le variabili a cui sono legate come l’energia, l’alimentazione e via discorrendo. Gli sforamenti degli indici imposti dalle regole ferree della Comunità Europea, sancite con il patto di Maastricht nel 1992, laddove ogni economia dell’Eurozona aveva l’obbligo di rispettare severi parametri, uno su tutti il rapporto deficit/ PIL, hanno reso la vita impossibile ad alcune nazioni che hanno fatto della spregiudicatezza la loro regola per crescita e espansione.

20 ANNI DI MAASTRICHT

Dall’accordo di Maastricht sono passati ormai più di 20 anni e la storia ha consegnato un quadro molto significativo della situazione economica mondiale. Una crisi economica devastante che perdura ancora oggi. Per citare alcune date del ventennio: settembre 1992 svalutazione della Lira italiana rispetto al Marco Tedesco; 1996 fase recessiva americana; 1998 crisi Russa, e, successivamente la creazione della moneta unica europea, EURO, figlia dell’ECU entrata in vigore dal primo gennaio 2002. Pochi ricorderanno che all’epoca della nascita dell’Euro, la Germania unificata era depositaria di una economia debole, di un PIL che cresceva timidamente e di aziende che faticavano a veicolarsi oltre confine. Paesi come la Spagna e la Grecia, al contrario, registravano crescite esponenziali nell’occupazione nei diversi settori, in particolar modo in quello immobiliare.

L’Irlanda, a sua volta, cresceva a dismisura nonostante fosse una minuscola nazione grazie al proprio regime di fiscalità agevolata il quale proponeva una tassazione solo al 12,5% per le imprese. Aziende ciclopiche come Google, infatti, costituivano la loro sede in Dublino per usufruire del regime fiscale vigente al fine di versare meno imposte rispetto al paese dove esercitavano la loro reale attività economica. Chiaro che questa osservazione è solo di valore tecnico e pertanto non vuole essere un giudizio di merito della materia, ma sicuramente evidenzia accadimenti fondati che hanno contribuito successivamente ad attribuire una nota negativa alla stessa Irlanda.

euro1ARRIVA L’EURO: CHI SOFFRE E CHI GODE  

Analizziamo come. Con l’entrata  in vigore dell’Euro, Paesi come Irlanda, Spagna e Grecia hanno visto crescere in maniera molto rilevante il loro debito pubblico poiché gli stessi Stati si sono addossati e hanno sostenuto diversi investimenti nella spesa pubblica superando di fatto i parametri stabiliti dalla stessa UE, provocando da Bruxelles e dalla BCE una serie di soli richiami. Alla guida della BCE sedeva un certo Duisemberg, un olandese di palese simpatia filotedesca a cui poi ha fatto seguito il francese Trichet, entrambi votati a rappresentare più gli interessi di Germania e Francia anziché quelli dell’intera Area Europea. Il resto è ormai storia recente. La Germania diviene una grande nazione con un’economia solida, forte e protagonista nell’Eurozona a discapito di economie divenute deboli causa l’eccesivo indebitamento.

LA CRISI GRECA, PORTOGHESE, SPAGNOLA…e ITALIANA

grecoQuesta variabile diviene fondamentale per nazioni come la Grecia, Paese che fa tremare più volte L’Eurozona per l’impossibilità di salvarsi in maniera autonoma. La ragione, la cosiddetta “bolla immobiliare” che deflagra nel Paese ellenico qualche anno fa e che ancora oggi tiene con il fiato sospeso l’intera Europa. Dopo questa ricostruzione emerge un altro dato: i principali creditori della Grecia, guarda caso, sono proprio soggetti teutonici e transalpini, o meglio, banche tedesche e francesi, dapprima fervide investitrici nel paese ellenico e poi forti creditrici nel momento in cui il debito è divenuto non più sostenibile. Anno 2010 / 2011 / 2012: per evitare il collasso dell’ Eurozona la BCE ha salvato i titoli di stato greci. A ruota il Portogallo, altra nazione il cui tracollo finanziario ha percorso lo stesso scenario verificatosi in Grecia con la sola differenza che i numeri del disastro economico si sono dimostrati più esigui di quelli della terra madre dei giochi Olimpici. L’effetto domino del Portogallo colpisce a sua volta la vicina Spagna, nazione nella quale si verifica la medesima speculazione immobiliare che sfocia nella tragedia della disoccupazione dove tocca il record del 25% della popolazione. Oggi in Spagna si possono effettuare veri e propri affari immobiliari. Un appartamento nuovo, finito di 100 metri quadrati nella periferia della capitale Madrid può essere acquistato a soli 40.000 euro.

bancaitalia

Nel frattempo la storia ci segnala che i PIGS si arricchiscono, nel 2011 della seconda vocale, la “I” attribuita al nostro Paese nel frattempo investito da un debito pubblico cresciuto fortemente al di sopra del parametro di riferimento  indicato della UE. Il debito sovrano italiano oggi per l’Europa rappresenta una forte minaccia poiché il nostro PIL vale ben 1620 miliardi di euro ma gli economisti più attenti sono a conoscenza che i conti della penisola sono in ordine in virtù di tutte le correzioni derivanti dagli esosi sforzi economici richiesti agli italiani durante l’anno 2012.

OCCHIO ALLA SPAGNA… E AI BRIC

La Spagna, con le sofferenze già descritte, diviene impossibile da gestire nel breve termine. A ciò si accompagna un crescente tasso di disoccupazione, salito oltre il 25%, e un sistema bancario nazionale debole che ha portato alla nazionalizzazione di molte banche nel corso degli ultimi tre anni; questa è la reale spina nel fianco del possibile default dell’Eurozona. Infine i PIIGS, note dolenti e stonate della Comunità Europea, stanno mettendo in atto volontariamente, o guidati dalla supervisione della BCE, i correttivi per tornare a essere classificati come Paesi non più warning, mentre i BRIC, polo iniziale dello sviluppo mondiale, iniziano a esibire prove di qualche cedimento. La Cina infatti per la prima volta da quando  è stata  accreditata come  economia emergente, registra  un PIL appena sopra la soglia del 7%, mai così basso nel recente passato. Per concludere l’analisi, se si dovesse, o si provasse, a guardare con un po’ di lungimiranza, si potrebbe azzardare che in un domani non troppo remoto, 5/6 anni, alcuni Paesi del BRIC potrebbero trasformarsi in qualche singolo Paese dei PIIGS per ciò che concerne lo sviluppo della storia economica mondiale. Non rimane che citare il grande filosofo del diciassettesimo secolo Gian Battista Vico. La sua teoria dei “corsi e ricorsi storici” aderisce perfettamente alla situazione del quadro economico mondiale il cui “ricorso“, alla luce delle trasformazioni in divenire, non appare poi così lontano. (Claudio Calierno)

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