Claudio Martelli: “Il declino dell’Italia è una scelta”

Claudio Martelli non ha certo bisogno di presentazioni, è uno dei protagonisti indiscussi della storia della politica italiana . Estremamente colto, raffinato nell’eloquio, sensibile ai […]

Claudio Martelli non ha certo bisogno di presentazioni, è uno dei protagonisti indiscussi della storia della politica italiana . Estremamente colto, raffinato nell’eloquio, sensibile ai temi più caldi dell’orizzonte sociale e politico, è stato protagonista degli anni cruciali  della storia politica  d’Italia mantenendo un equilibrio ed una lucidità uniche. Pronto a confrontarsi con qualsiasi problematica politica, sociale ed economica, prima ancora che un grande uomo politico è un raffinato intellettuale.

Il suo ultimo libro dal suggestivo titolo Ricordati di Vivere (Bompiani) è una autobiografia dove la storia dell’uomo s’intreccia con le vicende salienti della storia della Repubblica Italiana, il libro è ormai alla quinta ristampa e continua a riscuotere grande successo.

 

Ci parla di come giudica l’attuale orizzonte politico?

 

E’ difficile dirlo perché quello che vedo è una grande distanza tra le promesse, gli impegni e le parole degli attuali dirigenti politici e i fatti reali, dimostrandone l’inadeguatezza.

 Non è solo il caso Berlusconi, chi più chi meno sono tutti responsabili di questo declino che oggi stiamo vivendo nei suoi effetti più drammatici. Non solo non c’è più crescita ma in molti casi non vi è più neanche la speranza e mi pare anche venuta meno l’energia vitale, come se si fosse rassegnati a questo spegnimento.

 Il declino non è un destino è una scelta.

Ci si può domandare: chi sceglie il declino? Risposta: tutti quelli che rinviano le riforme indispensabili, urgenti e, prima ancora, la presa di coscienza dello stato effettivo del Paese. Insisto su questo concetto, il declino non è un destino, è una scelta che abbiamo fatto rinviando ciò che si poteva fare oggi a domani o a dopodomani, e poi non facendolo mai.

51+mqpesSdL._Il successo del suo libro “Ricordati di vivere”.

C’è un effetto nostalgia che coinvolge i più vecchi e c’è un effetto curiosità che sfiora i più giovani.

 Alle mie presentazioni accanto a pantere grigie o bianche ci sono giovani incuriositi dal conoscere qualcuno di cui forse hanno sentito parlare ma che non sanno bene chi sia e che cosa abbia fatto, quando non sono addirittura al buio più totale rispetto al nostro passato più recente.

Io ho due fratelli professori universitari che mi hanno detto una cosa che mi ha molto colpito: “Il livello  medio di cultura di quelli che fanno i nostri master potrebbe essere paragonato senza esagerazioni al livello che avevamo noi quando abbiamo fatto l’ esame di maturità”, mi dicono di loro colleghi universitari che non sanno chi è Vincenzo Bellini,Tommaseo, Massimo D’Azeglio, Dostoevskij, e alcuni nemmeno Leopardi o Mozart .

 C’è stato un abbassamento della cultura generalizzato che non avviene in un anno o in cinque ma avvenuto lungo venti o trent’anni. Del resto si avverte nei conduttori, nei giornalisti televisivi che parlano un italiano approssimativo, evitano i congiuntivi cercano di non inciampare nei condizionali, usano un vocabolario di non più di cinque seicento parole.

 

 Cosa mi dice del linguaggio della politica di questi anni?

E’ una delle tante manifestazioni di questo declino. Se esistesse la parola per dirlo dovrebbe essere “ignorantamento”.

 L’Italia è diventata più ignorante e il difetto è diventato spettacolare se penso alla cultura civile del Paese, alla sfera dei diritti e se guardo al tono delle discussioni sia  che riguardino le unioni civili o i matrimoni gay o la fecondazione assistita o lo ius soli.

Ius soli?

Oggi è diventato di moda, dall’ultimo militante del PD a Matteo Renzi pretendere lo ius soli e tutti pensano che voglia dire diritto del cittadino di avere la cittadinanza nel paese dov’è nato, non vuol dire questo, ius soli vuol dire diritto alla cittadinanza che deriva dalla residenza in un luogo non dall’esserci nato .

 Intanto lo ius soli in Italia esiste già, precisamente dal 1992. Solo che con quella legge per ottenere la cittadinanza italiana occorrevano dieci anni di residenza ininterrotta.  Troppo. Occorre ridurre quella procedura a cinque sei anni.

 Ma da questo a dire che bisogna introdurre lo ius soli corre tutta la distanza tra l’ignoranza e la conoscenza.

 Come si fa a discutere con gente che non sa l’abc di ciò di cui parla e che talvolta cade in equivoci, talvolta solo verbali, ma che poi diventano degli equivoci politici che conducono anche ad azioni sbagliate.

 Ius soli è un termine latino che appartiene ad un tempo in cui non c’ erano migrazioni e voleva dire esattamente il contrario di ciò che pensano voglia dire quelli che lo usano oggi: era il diritto del sovrano di avere come sudditi tutti gli abitanti del territorio di cui era sovrano.

E’ suggestiva e tenera l’idea di dare la cittadinanza a tutti i bambini, figli di immigrati, nati in Italia ma non corrisponde a un principio o diritto umano fondamentale. Immagini le conseguenze: il neonato è cittadino italiano come esce dal ventre materno e magari i suoi genitori la cittadinanza non possono averla perché sono qui sono da pochi anni.

 

Lei ha sempre mostrato un grande interesse per il problema dell’immigrazione

 

Ho fatto la prima legge sull’immigrazione nel ’90. Poi, negli anni, mi sono accorto che la mia legge non veniva applicata e allora ho creato un associazione che si chiama Opera e ho cominciato ad occuparmi prima di assistenza legale e poi di assistenza sanitaria agli immigrati, in particolare alle donne immigrate.

 Di recente Opera ha dato vita a  Lookout http://www.lookout-tv.eu/ , una web tv fatta da giovani immigrati, rifugiati e italiani che ha collaboratori dappertutto.

 Lo spettacolo di questi barconi carichi di disperati che ancora continuano mi aveva commosso e disgustato, commosso per la sorte di questi disperati e disgustato per il comportamento del nostro Paese.

 Immagini: In un villaggio in Eritrea o in Etiopia tutto clan famigliare si riunisce par dare un gruzzolo in mano a uno o due giovani per potersene andare, c’e’ un’investimento di tutta la famiglia per permettere a questi giovani di andarsene. E comincia il loro calvario: traghettati e violentati dai trasportatori attraversano il deserto del Sudan poi quello libico. Altre estorsioni, altre violenze, infine arrivano sulla sponda del Mediterraneo, spendono gli ultimi soldi per un posto su una carretta che li porti   nell’Italia, agognata porta dell’Europa, ponte verso un’altra vita.

 

Stanno per approdare quando una motovedetta italiana li intercetta e li costringe a tornare indietro, a ricominciare il calvario all’indietro per essere ributtati da dove sono fuggiti. Secondo la nostra Costituzione abbiamo l’obbligo di garantire i diritti fondamentali a chi si vede negati questi diritti nella propria patria.

 Nei casi di respingimento in mare aperto la Costituzione non veniva applicata perché prima ancora di sapere se si trattava di rifugiati o di immigrati tutti venivano respinti e ributtati indietro, il che significava rimetterli nelle mani dei carnefici libici o addirittura ributtati nelle mani dei loro persecutori .

 Andai a parlare con l’ordine dei giornalisti perché era scandaloso il modo in cui era trattata l’immigrazione in Italia. E’ possibile che ogni immigrato o rifugiato sia chiamato clandestino? Clandestino vuol dire colui che si nasconde. Un uomo che chiede aiuto non è un clandestino è un’altra cosa, sarà un profugo, un disperato ma non è un clandestino. Da qualche anno la Carta di Roma scritta dai giornalisti italiani impone un codice anzitutto linguistico e cioè di chiamare le cose con il loro nome e non fare confusione.  

 

Che pensa del mondo dei media oggi?

Cominciamo dai dati di fondo: si vendono pochi quotidiani, trent’ anni fa si vendevano sei milioni di copie di quotidiani oggi siamo sotto i due milioni. Anche questo è un segnale che il Paese si è “ignorantato”. I nostri giornali sono per un verso molto belli e per l’altro anche molto inutili nel senso che spesso hai dei pezzi di vera letteratura, senonché il quotidiano non è un organo letterario, il giornale deve informare, informare, informare. Raccontare i fatti in un’ ottica chiara. Invece molte, troppe notizie sono occultate e spesso l’occultamento non è dettato neanche da una scelta politica. Anche qui: tutto deriva dall’ignoranza, e, alla lunga, dal perdere la sensibilità e i sensori, dal non aver più gli occhi, le orecchie, l’ olfatto per scovare le notizie .

 

Per non parlare del modo in cui l’informazione sta trattando il problema più drammatico della crisi economica e sociale del paese, su Repubblica e il Corriere avrò contato una media di forse dieci pagine al mese sulla nuova Imu, le sue possibili variabili e conseguenze ipotetiche. Tutta carta da macero perché non è ancora entrata in funzione, una totale perdita di tempo dove la gente si smarrisce per capire quanto dovrà pagare se sarà vittima o no. Invece manca il dibattito vero sulle questioni di fondo, su come è messo questo Paese, sulle dimensioni della crisi e su come si può tentare di uscirne .

 Da parte dei politici la soluzione è andare in un talk-show a dire: adesso daremo i soldi a quella categoria a quel gruppo o a quell’altro.

 Ciascuno compone una sua lista della spesa come se ci fossero soldi da spendere.

 Il punto è che non ci sono più soldi da spendere perché avendo il centotrentaquattro per cento di debito accumulato rispetto a ciò che produciamo, non possiamo più fare una lira di debito .

 Prima bisogna fermare l’emorragia e poi stabilire come distribuire meglio la spesa, chi ha diritto prioritario e dove ci sono le aree di maggiore sofferenza.

 Non c’è traccia di questo modo di discutere si è persa la razionalità e con la demagogia, l’ignoranza e superficialità si è persa anche la percezione del reale.

 Il tema della spesa non è secondario, ma è il cuore della materia.

 La Germania nel 2000 era nella stagnazione economica totale, era ferma, bloccata.

  Il nuovo cancelliere socialdemocratico Gerard Schroeder imposta un duro e sostanzioso programma di riforme che consiste nel rimettere la spesa pubblica sotto controllo e cambiare il mercato del lavoro per aprirlo ai giovani anche con mini job, i piccoli lavori .

 La Germania decise di ridurre la spesa pubblica del dieci per cento e chiese ed ottenne ai lavoratori dell’area pubblica due ore di lavoro in più  a settimana a parità di salario. Tutto questo fu fatto dai socialisti, non dai fascisti o dalla Merkel, Schoeder subì la scissione a sinistra del suo partito e perse le elezioni ma la Germania è ripartita tornando a essere la locomotiva d’Europa.

 

Renzi però ha proposto i tagli alla politica…

Giustissimo, sacrosanto ma bisogna farlo, non continuare a parlarne, i finanziamenti ai partiti sono stati dimezzati da Monti, un passo è stato fatto, ora hanno deciso di toglierli del tutto, peccato che ci impiegheranno quattro anni.

 Poi bisogna ridurre il numero dei parlamentari, abolire le province, rifare le Regioni e poi magari occuparsi anche dei funzionari della Camera e del Senato che guadagnano più dei deputati e delle tante aree pubbliche dove i manager pubblici hanno stipendi superiori ai banchieri e al settore privato e continuano ad essere troppi in rapporto a ciò che producono.

 

 E’ un discorso così logico che pare assurdo non si attui…

E’ assurdo perché ogni volta che vuoi toccare un interesse costituito, ogni volta c’è un blocco. Poi c’è un altro aspetto che è quello delle corporazioni: la corporazione dei medici, degli ingegneri, dei commercialisti… E’ possibile che in Italia un povero Cristo debba pagare prima il commercialista e poi le tasse!? E’ una dimensione kafkiana.

 La classe media Italiana, noi tutti, abbiamo perso dal 2003 al 2013 in dieci anni il quaranta per cento, quasi la metà del nostro potere di acquisto. 

 L’impoverimento è pazzesco.

 

La qualità che deve avere un politico?

Capire, leggere ascoltare e farsi ascoltare, dire delle cose chiare, farsi capire da tutti, mettersi in gioco insieme agli altri far capire che siamo tutti sulla stessa barca.

Il senso della comunità, della coesione, della condivisione dello stesso destino e di dire la verità su come stanno le cose e su chi è responsabile.

 Siamo stati governati in questi vent’anni da due partititi che si sono alternati al potere per metà e metà, più o meno allo stesso modo, da Berlusconi e Prodi ebbene io non so chi sia stato il peggiore, come governante intendo .

 Tutti e due simpaticissimi, potrei passarci piacevoli serate a cena, ma dal punto di vista della capacità di governo sono stati due disastri, ci hanno fatto perdere un mare di tempo. Prodi ha messo insieme una combinazione di partiti che sono stati buoni per vincere due elezioni, inadatti a governate insieme, come fai a tenere insieme Mastella e Bertinotti? Costruisci un’ alleanza che alla prima difficoltà si sfascia .

 Berlusconi ancora più bravo a conquistare voti, il più grande comunicatore che esiste al mondo, può ripetere le stesse cose all’infinito come il più grande venditore di mobili della Brianza, ma cosa ha combinato?

 C’è traccia di una grande riforma che porti la firma di Prodi o Berlusconi? E ciascuno dà la colpa agli alleati o ai piccoli partiti, francamente non ho visto nessuno di indispensabile in questi ultimi vent’anni.

 

E adesso che cosa fa Claudio Martelli, qual è la sua filosofia?

Io dalla vita ho avuto tanto, grandi successi, soddisfazioni, ed ora cerco di mettere al servizio degli altri la mia esperienza, non appartengo a quella categoria che in vecchiaia ancora pensa alla propria carriera, quando potevo fare le leggi, governare, guidare gli altri l’ho fatto, ora faccio delle azioni, come  Lookout http://www.lookout-tv.eu/  o Resto al sud http://www.restoalsud.it/

 Quando ti resta l’ultimo tratto di cammino fallo bene, non pensare a cosa prendere, pensa a donare, pensa a cosa lasci.

 (Virginia Zullo)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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