Videogiochi? Per il MoMA sono arte, e vanno in mostra

Una raccolta d’idee 15 febbraio 2014 – 28 febbraio 2015 al MoMA. Un allestimento curato da Paola Antonelli, senior curator, e Kate Carmody , curatorial assistant del Dipartimento di Architettura e Design del museo d’arte moderna

I videogiochi sono arte? Certo che lo sono, ma sono anche progettazione, e un approccio progettuale è quello che abbiamo scelto per questa nuova incursione in questo universo” così Paola Antonelli quando – nel 2012 – annunciava sul blog del MoMA, l’acquisizione di 14 videogame  entrati nella storia. Da Pac Man, il più anziano (1980), a Tetris (1984) dall’ avventuroso Myst ( 1993) e all’action game dal sapore retrò come Canabalt ( 2009). A queste prime acquisizioni se ne sono aggiunte altre, portando la collezione permanente a 22 titoli. Tra questi troviamo Minecraft ( 2012), gioco che ha venduto oltre 33 milioni di copie offrendo all’utente una sorta di LEGO per costruire il proprio universo immaginario, oppure, andando nel lontano 1972, Pong, un simulatore di ping pong dalla grafica essenziale in bianco e nero; o ancora, rimanendo sempre nel “vintage”, Asteroids (1979); realizzato da Atari, uno dei videogiochi più famosi della storia.

 

Se l’esposizione del MoMA farà gola a tutti gli appassionati di tecnologie, ha sollevato molte polemiche tra i critici d’arte. Ad esempio il critico d’arte del Guardian, Jonathan Jones scrive: “Spiacenti MoMA, i videogiochi non sono arte. Esporre Pac-Man e Tetris insieme a Picasso e Van Gogh significherà game over per una reale comprensione dell’arte”. E se dai critici d’arte, le reazioni avverse possono essere comprensibili, tra i detrattori dell’iniziativa del MoMA vi sono anche dei guru della progettazione di videogames, come Jonathan Blow, creatore di Braid (2008), che definisce la selezione addirittura “vergognosa”, dicendo chiaramente di non capire “perché i videogiochi siano arte”.

Il MoMA fornisce risposta attraverso le note ufficiali legate all’esposizione. “I musei sono definiti dalle loro collezioni, ognuna con un unico punto di vista che viene accuratamente modellato da curatori che rimangono memori di precedenti storici e in base ad essi guardano avanti per sviluppi futuri. Al momento della fondazione del Museo di Arte Moderna, nel 1929, i termini “moderno” e “contemporaneo” coincidevano. Da allora, i curatori del MoMA hanno cercato di distillare un ideale senza tempo di presenza visiva e significato da diverse situazioni, hanno sempre rivisto e ripensato i paradigmi iniziali dell’arte moderna. Nel Dipartimento di Architettura e Design, il risultato di questo collettivo, a volte soggettivo, sforzo non è solo un catalogo di oggetti, ma è piuttosto una raccolta di idee supportate da oggetti. Molte delle idee e temi sviluppati nel passato sono ancora attivamente discussi, ma i curatori contemporanei individuano regolarmente nuovi concetti che vale la pena esplorare e rappresentare nell’insieme”.

L’installazione si concentra così sulle opere progettate nel corso degli ultimi decenni acquisiti dal Museo non solo perché rispetto delle norme estetiche e funzionali sono ritenute degne della collezione, ma anche perché introducono nuove categorie di indagine e di nuove forme di design. Le gallerie presentano gruppi di acquisizioni che affrontano, per esempio, il rapporto tra design e violenza; nuove espressioni del design organico in risposta alle perturbazioni ambientali e sociali, e la crescente importanza del design dell’interazione, come si è visto nei videogiochi  più nuovi. I videogiochi in mostra sono: Asteroids (1979), Pong (1972), Tempest (1981), Yar’s Revenge (1982), Minecraft (2011), Space Invaders (1978), Street Fighter II (1991), Tetris (1984), Pac-Man (1980-81), SimCity 2000 (1993), Magnavox Odyssey (1972). Alla mostra si aggiungono Google Map Pin (2005) e Accessible Icon Project (2009-11).

 

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