Trittico: così Jonathan Littell racconta Francis Bacon

Jonathan Littell, Trittico. Tre studi da Francis Bacon (Einaudi – Frontiere)

Quando nello scorso novembre il trittico di Francis Bacon del 1969 “Tre studi di Lucian Freud” è stato venduto a 142,4 milioni dollari da Christie’s, battendo ogni record  per un’ opera venduta all’asta, i riflettori del mondo si sono riaccesi su questo artista considerato l’ultimo grande pittore del secolo. Il pittore della carne dolente e mostruosa, della solitudine assoluta dell’uomo, manifestazione di un tempo carico di fantasmi e di violenza, incapace di trovare un solo barlume di ragione.

E’ il 1944, quando la tragedia della Seconda guerra mondiale si è pienamente manifestata, che Francis Bacon dipinge Tre studi di figure alla base di una Crocifissione. Un’opera che mette a disagio gran parte del pubblico, un’opera che non concede tregua, non apre spiragli a nessuna salvezza e a nessun credo, sulla tela Bacon ha rappresentato il momento più alto del dolore e della crudeltà umana, quel dolore che lui, malato sin dall’infanzia (e forse curato con vere e proprie droghe) e omosessuale dichiarato in un tempo intollerante, deve conoscere bene. E’ questa l’opera che ispira il saggio di Jonathan Littel. Non uno storico dell’arte, non un addetto ai lavori, ma uno scrittore, il narratore de “Le Benevole” a portarci in un incontro ravvicinato con “il mistero” Bacon e ad un confronto fatto di parole sapientemente dosate con le sue immagini.

littel-bacon

Nel volume uscito per Einaudi nei giorni scorsi Littell articola la riflessione sulla vita e sulle opere di Bacon attraverso tre diversi punti di vista, un personalissimo Trittico nel quale  L’angoscia, l’incomunicabilità, il tema del corpo deformato, sono colti da Littell in una prosa che con la pittura di Bacon ha molto in comune: controllata, approfondita, sicura, al servizio di immagini di grande lirismo.

Il volume è diviso in tre parti che dialogano tra loro, come molte delle più importanti opere di Bacon: la prima (Una giornata al Prado) mette in relazione l’opera di Bacon con i suoi amori più evidenti, da Las meninas di Velázquez a El tres de Mayo en Madrid di Goya e ci riempie di invidia per la possibilità concessa all’autore di aggirarsi solo e indisturbato per le sale di uno dei più bei musei del mondo. La seconda parte (La grammatica di Francis Bacon) dà l’interpretazione di Littell su cosa guardiamo quando guardiamo un quadro di Bacon: dall’artista/Narciso alla pittura su lino come sudario, assistere allo spettacolo della mente dello scrittore che elabora, accosta e immagina è uno dei molti piaceri che questo libro offre, al di là dell’eleganza formale e della ricchezza iconografica di Trittico in quanto oggetto-libro. La terza parte (La vera immagine) affronta il rapporto di amore-odio della pittura di Bacon con la fotografia e propone un viaggio per immagini su cos’è il vero in arte, dalla Sindone alle tele di Rothko: «In una delle sue lettere van Gogh parla della necessità di apportare dei cambiamenti alla realtà, i quali diventano menzogne che sono piú vere della verità letterale. Questo è l’unico modo possibile in cui il pittore può riprodurre l’intensità della realtà che sta cercando di catturare. Credo che la realtà in arte sia qualcosa di profondamente artificiale, e che debba essere ricreata».

Forse il soggetto di Trittico, come lascia intuire Littell, non è Francis Bacon, che ne è l’oggetto. A un certo punto Littell scrive: “La maggior parte degli spettatori, guardando un dipinto di Francis Bacon, dà per scontato, senza nemmeno pensarci, che la figura umana o animale di fronte a loro sia il soggetto di quel quadro. Ma non è affatto cosí: la figura è l’oggetto dipinto nel quadro; il soggetto, come in tutta la pittura, e non solo in quella astratta, è la pittura in sé”. Quindi forse non è troppo arrischiato ipotizzare che anche in Trittico il soggetto sia l’arte in generale, scrittura compresa. E non è un caso che a conferma cita lo stesso Bacon, che dice: “Quando dipingi qualcosa, non stai dipingendo soltanto quel soggetto, ma insieme stai dipingendo anche te stesso. […] Perché la pittura è un atto che si fa in due. Quando guardo un dipinto di Rembrandt, sento di conoscere molto di piú su Rembrandt che sul suo modello”.

 

Un particolare punta proprio in questa direzione: il trittico al centro di Trittico, tre studi di figure ai piedi di una crocifissione, ripreso anche in copertina, viene analizzato in dettaglio nel corso del volume da Littell da molte angolazioni fin dalla prima pagina e particolare attenzione viene rivolta all’identificazione dei ruoli dei tre “biomorfi dentati” rappresentati nei pannelli. Curiosamente Littell omette di ricordare che Bacon ha sempre detto che quelle tre figure sono state ispirate dalla lettura dell’Orestea (Bacon amava Eschilo e citava sempre il verso  “ché mi conforta odor d’umano sangue”) e rappresentano le Furie, altrimenti dette Eumenidi o Benevole.  (r.v)

 

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