Matteo Renzi e le politiche culturali

Alessandro Baricco al Mibac? Smentite le voci, lo scrittore torinese avrebbe detto no

Nel toto ministri, gioco che ormai ha sostituito ahinoi il toto Sanremo, che è pratica certo più pregnante, il nome Alessandro Baricco per il palazzo del Collegio Romano era dato per certo. Laddove altri ministeri trovavano più opzioni, per quello dei Beni e le Attività Culturali (che con Letta è diventato anche del Turismo, e chissà se Renzi manterrà anche questo dicastero), la scelta sembrava univoca. Baricco e solo Baricco: renziano da sempre, immagine di successo, un bell’uomo, cosa che non guasta mai. Nel web, dove le male lingue sguazzano e dove nulla si perdona, soprattutto il successo, il fondatore della scuola per scrittori Holden s’è attirato ironie e anatemi. I detrattori possono stare tranquilli, Baricco avrebbe detto no, pur dicendosi disposto a collaborare.  E di collaborazioni il neo ministro italiano per i Beni Culturali ne avrà molto bisogno. Una portentosa capacità di sintesi deve essere la sua dote imprescindibile trovandosi il futuro ministro a dover conciliare due istanze apparentemente contrastanti: preservare l’enorme ricchezza nazionale, e renderla produttiva. Difenderla dalle tante aggressioni cui è sottoposta (turismo di massa, cementificazione, degrado, mancanza di fondi, malavita ecc…) e al tempo stesso far sì che produca ricchezza, pil. Due istanze “contrastanti” eppure imprescindibili una dall’altra, visto che non può esistere valorizzazione senza tutela e viceversa…

RENZI SULLA TORRE DI ARNOLFO

Quando tra il 2011 e il 2012 Matteo Renzi girava l’Italia in camper nella sua corsa alle primarie (le prime cui prese parte, quelle di Italia Bene Comune), e arringava la folla in teatri sempre pieni sino al limite, alla voce cultura l’esempio che sembrava prediligere era quello della riapertura al pubblico della Torre di Arnolfo, luogo simbolo della città di Firenze, fu peraltro la prigione di Girolamo Savonarola prima che i fiorentini lo mandassero ad arrostirsi nell’attigua piazza. Nell’ottica di una fruibilità (e redditività) del patrimonio monumentale cittadino, il sindaco di Firenze nel giugno del 2012 battagliò per la sua apertura al pubblico. Con ragione. L’aperura è stata accompagnata da una serie d’iniziative, e alla fine del 2013 aveva già superato i 200mila visitatori paganti.

QUANDO RENZI CERCAVA IL LEONARDO PERDUTO

Con la stessa ottica, quella cioè di fare marketing con i Beni Culturali, Renzi mesi prima dava il via libera e s’esaltava davanti alla possibilità di ritrovare il dipinto perduto di Leonardo, nel salone dei Cinquecento, in Palazzo Vecchio. Quella famosa Battaglia di Anghiari che il genio toscano non completò mai e che, dopo qualche tempo, gli stessi fiorentini decisero di coprire affidando al Vasari la realizzazione di un affresco. Il progetto prevedeva di bucare il Vasari e nella Firenze contemporanea fu rivolta (qui abbiamo ampiamente trattato l’argomento).

Riprendiamo dal Corsera del 30 novembre 2011: «È iniziata la fase finale della ricerca – ha detto Renzi – con la National Geographic, con la supervisione dell’Opificio delle Pietre Dure e con quel tenace combattente che è l’ingegnere Maurizio Seracini. Siamo a un passo dal capire se sotto l’affresco del Vasari c’è il capolavoro di Leonardo: se c’è, sarà la conclusione di uno dei più grandi misteri della storia dell’arte e sarà per Firenze una gigantesca opportunità, non solo dal punto di vista dell’immagine, ma anche strettamente legata al marketing». «Comunque vada – ha osservato il sindaco -, avremo messo un punto fermo nella storia dell’arte».

Il punto fermo non è stato messo, l’operazione è stata fallimentare e il sindaco ha segnato un autogol che nessuno gli ha ricordato. Dopo aver opportunamente bucherellato il Vasari, la sofisticata sonda munita di microprocessore ha trovato alcuni indizi della possibile esistenza del dipinto murale: un pigmento nero, alcuni frammenti di rosso, un sottile strato di beige…Poco o nulla.  In realtà tutti gli storici dell’arte, anche quelli che al tempo firmarono un accorato appello perché si fermasse lo scempio, sapevano che la probabilità di trovare frammenti di colore fosse alta. Vasari era uno strenuo ammiratore dell’opera leonardesca, era quindi probabile che avesse fatto di tutto per preservare quelle tracce.

Abbiamo citato i due esempi: uno di successo, uno di clamoroso insuccesso (oltre che pericoloso), per chiarire come i principi del marketing non possano andare bene per tutto, e soprattutto non sono “principi”. Se Renzi fa di questo un totem siamo messi molto male.  Tuttavia possiamo aggiungere poco sull’indirizzo che vuole dare al Mibac, perché il segretario del PD di cultura ha ben poco parlato in questi anni. Come fa notare Francesco Zaffarano su L43: “nel suo programma per le scorse primarie (che trovate qui) la parola ‘cultura’: compare due volte, nessuna delle quali in riferimento a politiche di tutela o sviluppo del nostro patrimonio artistico e culturale”.

VALORE CULTURA

Onore al merito a Massimo Bray e ad Enrico Letta, che non sono stati impeccabili ma che sono stati i primi politici, dopo svariati decenni, ad aver restituito centralità ai Beni Culturali. Erano 30 anni che un governo italiano non varava un decreto interamente dedicato ai beni culturali. Loro l’hanno fatto, chissà se Renzi intenderà dare seguito a quei contenuti (leggi qui) che trovavano molti punti di forza. Dalla presa in carico del progetto Grande Pompei, un’opportunità dal peso enorme (e bene ha fatto Bray a metterlo sotto la tutela di un generale dei carabinieri) alla riconferma della tax credit per il cinema, al recupero di alcuni luoghi simbolici, come la Reggia di Carditello, sottratta praticamente alla malavita … Non tutto può essere condivisibile, come il bando sui 500 tirocinanti alla digitalizzazione del patrimonio culturale (cosa buona e giusta ma il lavoro va pagato) così come ricordiamo la pioggia di critiche (ma anche di consensi) piovuti sul ministro dalle fondazioni liriche “commissariate”.

Dopo lunghi anni di assenza, in Italia s’è cominciato, nemmeno dieci mesi fa, a riparlare di politiche culturali. Il cammino avviato da Letta e Bray non può fermarsi qui. E questa è l’unica certezza: Baricco o non Baricco. (a.d)

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