Pompei: le bacchettate dell’Unesco e le parole

Dopo il report dell’Unesco si riparla di Pompei, un simbolo del degrado italiano

Pompei è un simbolo per il nostro Paese, il richiamo dell’Unesco è un allarme che prendo in seria considerazione e stiamo già lavorando per superare gli urgenti problemi del sito“. Così il ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Massimo Bray, in merito al richiamo dell’organizzazione delle Nazioni Unite.
Due dei primi cinque cantieri sono avviati, il terzo partirà in questi giorni e gli altri due sono fermi per un supplemento di controlli sulla trasparenza. Entro il 2015 dovremo aprirne 39, una sfida che abbiamo intenzione di vincere. Insieme al governo sono impegnato su Pompei e per un piano complessivo di rilancio dei Beni culturali“, assicura il ministro. La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, si dice, e di “basole” vesuviane, aggiungiamo noi. Abbiamo finalmente superato la fase delle intenzioni? Riuscirà questo ministro di un governo costantemente minacciato dalle diatribe dei partiti a essere risolutivo rispetto ad un problema (ed è ben strano che in questo Paese i tesori assoluti debbano essere considerati problemi) che nessuno ha voluto – saputo risolvere?

 

CRONOLOGIA DI UNA VERGOGNA

 

«Il governo italiano ha tempo fino al 31 dicembre 2013 per adottare misure idonee per Pompei e l’Unesco ha tempo fino al 1 febbraio 2014 per valutare ciò che farà il governo italiano e rinviare al prossimo Comitato mondiale 2014 ogni decisione». Così il presidente della commissione nazionale italiana Unesco, Giovanni Puglisi, ha annunciato l’ultimatum da parte dell’organizzazione culturale delle Nazioni Unite, su Pompei. Se questo bene “patrimonio dell’Umanità” dal ‘97 non sarà adeguatamente tutelato, il rischio è di finire nella lista nera della vergogna, quella dedicata ai siti in pericolo, dove finiscono, in genere, i tesori messi in pericolo dalle guerre (vedi Siria, vedi Afghanistan ecc). Ma il degrado è ampio, mancano giusto i colpi di mortaio e poi saremmo come in guerra: collassi strutturali, edilizia soffocante appena oltre l’area, inadeguata manutenzione, sistemi di drenaggio inefficaci o inesistenti, scarsa fruibilità (il 73% inagibile), rileva l’Unesco in questo secondo rapporto che riaccende le polemiche.

 

Dopo lunghi anni di silenzio, di Pompei si torna a parlare tre anni fa: 6 novembre 2010. Fa il giro del mondo la notizia del crollo della Schola Armaturarum, la casa dei gladiatori, siamo in era berlusconiana, il mondo ci ama poco e il crollo della domus diventa il simbolo del Paese. All’estero si chiedono esterrefatti come sia possibile “mandare in malora” uno dei siti archeologici più importanti al mondo. E’ possibile, la cultura degli italiani è quella che è: il leghista  Luca Zaia, presidente della regione Veneto afferma che “sono quattro sassi” e gridando “vergogna”, eccepisce sull’ipotesi di un finanziamento di 250 milioni da assegnare eventualmente a Pompei.

 

Qualche mese dopo (dicembre  ‘10– gennaio ‘11), l’Unesco invia un gruppo di ispettori – formato da studiosi di grande competenza – per monitorare la situazione. Il report è inviato anche al Mibac, ma viene “archiviato” senza riscontri. Con grande diplomazia gli esperti stilano una lista di 15 criticità, riconoscendo le difficoltà insite nella gestione di un sito di ben 66 ettari (di cui 44 scavati).

 

Da allora i crolli si sono succeduti, niente di così significativo come per la “casa dei gladiatori” ma la verità è che ad ogni acquazzone un pezzo di Pompei rischia di perdersi.  Intanto il governo Berlusconi cade (governo che aveva nominato un commissario, Marcello Fiori, poi incriminato per i restauri del Teatro Grande), al ministero della Cultura, il professor Lorenzo Ornaghi prende il posto di Sandro Bondi e il premier Mario Monti bussa alle porte dell’Europa. Nell’aprile 2012 l’annuncio del Grande Progetto PompeiMessa in sicurezza e legalità al 100% promette il governo Monti, sottolineando come con la Commissione europea abbiano lavorato nel tempo record di soli tre mesi, per costruire, valutare e approvare un intervento “così rilevante e impegnativo come quello che determinerà, entro il 31 dicembre 2015, la riqualificazione del sito archeologico di Pompei”. Il piano complessivo da 105 milioni di euro è dato per immediatamente operativo attraverso la pubblicazione dei primi 5 bandi europei.

 

Doveva essere il piano di rilancio definitivo del sito che comprendeva non solo la messa in sicurezza, ma doveva rendesi portatore di “alto impatto di sviluppo”  per l’intera area.I primi cantieri del Grande Progetto, relativi al restauro di due domus, sono stati avviati nel febbraio scorso, in seguito a gare aggiudicate con ribassi del 57%  e il commissariamento amministrativo della Soprintendenza Archeologica da parte della società Invitalia.

 

Intanto, gli ispettori Unesco sono tornati a verificare la situazione nel gennaio di quest’anno. E gli esiti sono raccapriccianti, in estrema sintesi ci accusano d’aver perso tempo. In compenso le polemiche non sono mai mancate, l’ultima in ordine di tempo l’ha sollevata l’amministratore delegato di Impregilo, Pietro Salini, che, a suo dire, avrebbe voluto donare 20 milioni al sito senza riuscirci. Dichiarazione poi corretta in tv, dove il manager ha annunciato che la sua disponibilità resta.  Non ha perlato però di progetti spaecifici.

Pompei non si recupera solo ristrutturando le domus, è una progettualità d’ampio respiro che può salvare questo patrimonio dell’umanità per il futuro. La cura quotidiana del territorio, anche quello fuori dal sito, un turismo sostenibile, una strategia complessiva che ne faccia il cuore pulsante di un territorio meraviglioso – e produttivo – troppo a lungo lasciato all’incuria. Aspettiamo riscontri, basta parole. (a.d)

 

 

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