Nuovi Uffizi: aperte da oggi le salette del primo Rinascimento italiano

Ancora un passo in avanti verso i Nuovi Uffizi con la riapertura al pubblico, oggi, delle cosiddette cinque “salette” dedicate alle opere del primo Rinascimento, ospitate dove fino al 1775 aveva sede l’armeria dei Medici. Le opere di rinnovamento a cura della Soprintendenza per i beni architettonici in collaborazione con il Polo Museale, sono state possibili anche grazie al contributo economico di una famiglia americana la cui elargizione servirà anche per altri interventi

Il nuovo allestimento delle sale dalla 19 alla 23, dalla Tribuna fino al termine del Primo Corridoio propone 44 capolavori pittorici del XV secolo suddivisi in base all’area geografica e culturale di appartenenza, e dodici opere già custodite nei depositi trovano negli ambienti dipinti col verde (una tonalità indicata dalla Direzione della galleria per connotare l’arte del Quattrocento) una giusta collocazione. Si comincia con la scuola senese del Quattrocento (sala 19), che fino ad oggi non aveva avuto agli Uffizi un ambiente dedicato, con i polittici ancora di gusto arcaico firmati da Giovanni di Paolo e dal Vecchietta, e poi le bellissime predelle di Neroccio de’ Landi e Sano di Pietro. Le sale 20 e 21 sono invece dedicate alla pittura veneta, sono probabilmente le sale a più alta densità di capolavori assoluti come l’Allegoria sacra e il Compianto su Cristo morto di Giovanni Bellini, il trittico con Scene della vita di Gesù del Mantegna, già appartenuto a Don Antonio de’ Medici, figlio di Bianca Cappello e di Francesco I e forse proveniente dalla cappella del Palazzo dei Gonzaga a Mantova. E poi la Madonna col Bambino e San Giovanni di Antonello da Messina, opere acquistate dallo Stato italiane nel 1997. Erano finora conservate nei depositi le tavole con Storie dell’Infanzia di Cristo del veronese Giovan Francesco Caroto e la grande raffigurazione di Cristo fra i dottori nel tempio firmata da Giovanni Mansueti, opere acquistate dallo Stato italiano per gli Uffizi fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo con l’intento di ampliare gli ambiti geografici della raccolta degli Uffizi.

La sala 22 è dedicata invece alla pittura emiliano-romagnola del Quattrocento. Della scuola ferrarese troviamo i dipinti di Cosmè Tura, Ercole da Ferrara, Lorenzo Costa, mentre tra i maestri bolognesi spicca la Sacra Conversazione di Francesco Francia già in esposizione al Cenacolo del Foligno a Firenze, e poi i forlivesi Melozzo da Forlì e Marco Palmezzano, con una splendida Crocifissione.

A chiudere il percorso è la sala dedicata alla pittura lombarda, dove sono esposte opere dei principali pittori che fra Quattro e Cinquecento operarono in quest’ambito culturale, da Vincenzo Foppa a Bernardino Luini, da Bernardino de’ Conti a Boccaccio e Camillo Boccaccino. Ma è di un autore ignoto l’opera forse più affascinante conservata nella sala 23 una Sacra Famiglia proveniente dalla chiesa di sant’Agostino a Chieri, opere di un artista dei primi del Cinquecento attivo in Piemonte e fortemente influenzato dalla pittura transalpina.

<<Con l’intervento alle cosiddette “salette”, la sfida dei Nuovi Uffizi è entrata nel vivo: si è cominciato cioè a lavorare nel nucleo originario e più nobile del museo, si è saliti di livello non solo, concretamente, all’interno dell’edificio, ma anche in termini di complessità e di obiettivi da raggiungere. E tutto ciò è accaduto, è bene ribadirlo, senza che il museo abbia mai chiuso un solo giorno “per lavori” >>, precisa il comunicato del museo.

I lavori hanno riguardato fondamentalmente l’adeguamento degli impianti: nuova climatizzazione con umidificatore integrato; nuovi impianti elettrici e di illuminazione, con un sistema a LED; la realizzazione degli impianti speciali ed il collegamento con il sistema di supervisione e controllo centralizzato con l’inserimento di “colonne tecnologiche. Al di là dei capolavori che ospitano, gli ambienti conservano in parte le volte affrescate a grottesche dal pittore Lodovico Buti nel XVI secolo, altre furono completamente ridipinte intorno alla metà del Seicento. Parte delle pitture di alcune salette andarono perdute in occasione della distruzione dei lungarni e dei ponti fiorentini nel 1944; a ricordo di questo avvenimento nella sala 21, in corrispondenza della porzione rovinata del soffitto, su bozzetto del restauratore e pittore Vittorio Granchi (Firenze, 1908-1982), fu realizzata una pittura murale che raffigura il Lungarno dopo la distruzione con la data dell’agosto 1944.

 

 

 

 

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